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Groenlandia: gli Inuit si sentono minacciati da Greenpace

 
Il reportage di Robert Peroni e Tobias Ignatiussen. Se gli attivisti celebrano il divieto del commercio, gli indigeni temono per la loro vita. Il reportage di Robert Peroni e Tobias Ignatiussen
 
   

     
02 ottobre 2009
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di Robert Peroni * e Tobias Ignatiussen
   

Settembre 2009. Un nativo della città di Tasiilaq, sulla costa orientale della Groenlandia, è stato ostacolato e si è sentito minacciato da Greenpeace durante la caccia alle foche. Ora gli Inuit protestano e richiedono un chiarimento a livello mondiale per far sapere che loro non minacciano né l'ambiente, né la fauna selvatica, ma al contrario vivono a contatto con essa da oltre mille anni.

I primi segni del divieto da parte dell'Unione europea al commercio di pelli di foca a partire dal 2010 stanno preoccupando non poco gli aborigeni di Tasiilaq, nella Groenlandia orientale. Qui vivono circa 3000 persone in un'area di 250.000 chilometri quadrati, grande quasi quanto la Germania. Nonostante ci sia una deroga sulla caccia per gli Inuit, in futuro avranno poche possibilità di vendere le pelli di foca. Gli Inuit non ucciderebbero mai al solo fine di fabbricare un cappotto. Il popolo indigeno della Groenlandia si è sempre prodigato al fine di effettuare una caccia ecologica, in naturale equilibrio con la natura.

Mentre gli attivisti per i diritti degli animali in Europa celebrano il divieto del commercio come una vittoria, gli indigeni temono per la loro vita. HM (nome noto), un cacciatore di Tiniteqilaaq è infatti stato ostacolato da una nave di Greenpeace durante la sua caccia nel Sermilik Fjord. La Arctic Sunrise si trovava nel fiordo a scopo di studi ambientali. Secondo i rapporti degli aborigeni, la Arctic Sunrise ha intenzionalmente messo in fuga le foche. Con l'ausilio di un gommone di pattugliamento ha varie volte girato intorno all'imbarcazione dell'Inuit spaventando sia il cacciatore sia le prede. In aggiunta, l'elicottero di Greenpeace ha volato più volte sulla sua barca. Il cacciatore ha quindi interrotto la caccia e ha avvisato la polizia di Tasiilaq (colloquio telefonico con il gestore della stazione Kristian Singertat). Datato 20 / 21.08.09.

Iris Menn, Greenpeace,  dal 20 agosto a bordo della Artic Sundrise, tuttavia nega l'incidente attraverso il suo blog: "La storia del cacciatore assediato è così paradossale e contro tutti i nostri principi, che mi sento di dire che è evidente che un tale incidente non sia mai avvenuto". Inoltre Greenpeace non si sarebbe mai opposta apertamente alla caccia alle foche come economia di sussistenza dei groenlandesi. Invece Greenpeace si è sempre dichiarata contro la caccia commerciale delle foche in Canada, dove ogni anno vengono uccisi circa 250 000 animali.

Tuttavia gli indigeni della Groenlandia hanno vissuto questa esperienza in modo diverso. Quando la Arctic Sunrise è nuovamente approdata a Tasiilaq, la più grande città all'est della Groenlandia, nell'ultima settimana di agosto, alcuni cacciatori si sono posti di fronte alla nave di Greenpeace con le loro piccole barche in segno di protesta (25.08.09). Erano cacciatori dai villaggi di Tiniteqilaaq, Isortoq, Sermiligaaq, e della città Kuummiut Tasiilaq. Greenpeace non ha risposto, dando alla dimostrazione poca importanza. Neppure il colloquio personale con i cacciatori è stato cercato.
Da quando la Artic Sunrise è attraccata nel porto di Tasiilaq, i 1800 abitanti vivono la presenza di Greenpeace con preoccupazione e rabbia. Neppure l'invito a bordo dei bambini della scuola del luogo ha potuto mitigare l'inquietudine degli Inuit.

Già negli anni '70 e '80 le campagne indifferenziate degli attivisti sui diritti dell'ambiente e degli animali sono costate care a molti cacciatori locali, in quanto venne loro tolta la base per la sussistenza. Ciò costituisce la paura attualmente in crescita tra gli Inuit.
Nonostante questo popolo sia  pacifico e non aggressivo, i cacciatori hanno dibattuto a lungo se insorgere uniti e pubblicamente contro questa campagna. Infine la preoccupazione per le loro famiglie e i loro figli ha portato alla pubblicazione di una lettera:
Operando nel rispetto della natura, la nostra caccia non minaccia la vita degli animali, quali foche, balene o orsi bianchi!

Per questo motivo richiedono da Greenpeace una dichiarazione mondiale e pubblica, nella quale si affermi che loro sono cacciatori ecologici, che da più di mille anni hanno stabilito un equilibrio tra il loro sostentamento e la sopravvivenza delle specie in via di estinzione.
Le decisioni della UE, che proibisce in modo generale e indifferenziato il commercio delle pelli delle foche e ogni loro parte, minacciano l'esistenza stessa dei cacciatori. Loro "possono" cacciare  per mangiarne la carne, ma come si farà fronte alle necessità economiche? La carne è il loro cibo - vero - ma in che modo potranno guadagnare soldi per i vestiti, benzina, barche, energia elettrica, una casa calda, e di tanto in tanto un pezzo di pane? Con il divieto della vendita ogni mezzo di sussistenza degli Inuit è compromesso.

Greenpeace è certamente la voce e quindi la guida per i policy-making in un contesto internazionale. Ci si aspetta dunque da Greenpeace una valutazione differenziata tra le vite dei popoli indigeni e le attività di interesse puramente monetario, come la caccia alle balene e alle foche svolta in Canada e in altri paesi. Ci aspettiamo l'aiuto di Greenpeace. "In caso contrario resta loro solo l'assistenza sociale. Una cultura vecchia di 40 mila anni morirà." Ha dichiarato dall'Alto Adige Robert Peroni, che da 15 anni gestisce un piccolo albergo a Tasiilaq. "Migliaia di persone moriranno indegnamente", teme Peroni, "Come possono vivere se noi "bianchi" diciamo che la caccia è sporca e pericolosa, se noi "bianchi " pretendiamo di spiegare loro che cosa fare e cosa invece è proibito. Questo non solo li priva della loro identità. Spesso li vedo passare la sera e dire: "Non riesco a mangiare. Non posso più lavorare. Devo andaremene" (A. K. da Kulusuk il 26.08.09).

* Robert Peroni è originario di Bolzano. Alpinista e viaggiatore negli negli anni Ottanta, oggi vive in Groenlandia, dove ha costruito la casa sociale Red House per aiutare gli Inuit più emarginati. Oggi è una Guest House per turisti che vogliono sentire pulsare il cuore vero degli Inuit.

 
 
 
 
 
 
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