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Ricordi del Marocco

 
La polvere gialla sull'asfalto, le strade infinite nel deserto, le Tapine, ma anche la musica reggae. Tuffiamoci in uno dei paesi più affascinanti del nord Africa. Di Veronica Onofri
 
   

     
26 settembre 2009
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di Veronica Onofri
   
marocco

Del Marocco ricorderò la polvere gialla sull'asfalto e il fumo intenso di carne alla brace nell'aria. Ricorderò i signori seduti al bar, senza fretta, e i cartelloni rossi della Coca Cola a far da sfondo alla miseria. Ricorderò Fes, città imperiale, e l'odore forte di pelli della Conceria nei vicoli antichi, alternato ai profumi inebrianti di spezie e dolci alle mandorle, che il caldo rendeva ancora più spessi e i sorrisi sdentati dei commercianti.... e quel giorno che sulla terrazza di quel bar ho bevuto thé alla menta, incantata a guardare il sole che scompare dietro i tetti e le antenne di case diroccate, mentre dalla moschea si alzava la preghiera della sera.

Del Marocco porterò sempre il ricordo delle strade infinite, verso il deserto, dove non c'era nessuno, solo qualche capretta, la strada sterrata secca di siccità, gli sguardi incrociati velocemente dal finestrino della macchina, sguardi incuriositi o presi dai propri pensieri, concentrati nei volti scuri o nascosti dietro qualche velo, e poi i bambini: non dimenticherò mai le risa divertite dei bambini che per giocare non avevano niente se non una pozzanghera in cui tuffarsi e tanta fantasia.

L'Erg Ghebbi, il deserto immenso di dune rosa all'alba, dorate a mezzogiorno e rosse come il Fuoco verso sera, le ombre dei cammelli sulla sabbia finissima e la sete. Non avevo mai visto quel cielo: quella sera, con Erik facemmo una scorpacciata di stelle, ma non stelle normali, erano stelle grandi, vicine, brillanti e... pulsavano di luce.
Del Marocco ricorderò le Tajine, gioia per gli occhi e per la gola, che quando si toglie il coperchio colorato si espande un profumo di pollo e limone e verdure, e poi ricorderò i dromedari lungo la strada, stanchi a volte sdraiati che sembravano morti.

Come dimenticare il nostro arrivo a Marrakesh, nella piazza grande: qui, verso le cinque di sera banchetti si riempiono di prelibatezze, ragazzi con costumi tipici iniziano a suonare gli strumenti più strani, vecchiette berbere tatuate raccontano ad una folla incantata segreti e storie in arabo e i suq si riempiono di gente stordita dagli odori e dai colori degli oggetti tipici; non scorderò mai quando, trovato un angolo in cui isolarci per vedere lo spettacolo da fuori, mentre il sole tramontava, il muezzin iniziava la sua preghiera.

Mi ricorderò di Meknes come di una città senza tempo, dello sciame d'api nei mercati dei dolci al miele e dei cespugli di menta che invadevano le strade, ricorderò sempre i vicoli strettissimi che portavano al nostro "Riad delle meraviglie", una casa fatta di mosaici e di incisioni e di vetri colorati e piante. Sembrava un sogno.
E poi la strada verso nord e i campi di grano, immensi, che sembrava di essere in Toscana, l'arrivo a Chefchouen nella medina tutta blu, e il cappellaio matto, un ragazzo del posto che viveva dentro il suo negozietto di cappelli, con le mura blu violacee, che un pomeriggio, con calma e fumando una canna di erba ci ha raccontato la storia della piccola cittadina: tutta la medina è stata dipinta di blu dall'arrivo degli ebrei, sono stati loro che per primi hanno colorato gli esterni delle loro abitazioni, e in seguito, visto che il risultato piacque anche agli arabi e ai berberi, tutto il centro divenne color del cielo.

Del Marocco ricorderò la musica reggae araba e il thé alla menta di ben venuto in ogni posto in cui arrivavamo, stremati dal caldo. E ancor la festa di paese a Chefcauen i bambini vestiti a festa i negozietti aperti le donne che ridono con gli occhi, sotto i veli, occhi neri e rassegnati, ma a volte anche occhi determinati e consapevoli.
Ricorderò la giornata a Fes con Amine, che ci ha fatto conoscere un Marocco giovane e più attento ai diritti delle donne e dei più deboli, che ha voglia di cambiare ma non nelle tradizioni più belle, non nei valori fondamentali musulmani, che poi sono di pace e serietà.

Mi ricorderò del Marocco come di una terra meravigliosa dove si possono vedere il mare, il deserto, le montagne, dove le persone lavorano con dignità ma anche con una calma che noi abbiamo perso, dove i bambini aiutano ancora i genitori in bottega. Mi ricorderò del Marocco come di un luogo lontano e accogliente, dove, nonostante tutto, si trova sempre un buon motivo per sorridere.

 
 
 
 
 
 
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