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Il Tom Tom? Uno strumento micidiale

 
Che bisogno c'e' di sapere sempre dove si e'? Proprio quando ci si perde, si hanno delle grandi intuizioni. Una riflessione durante le vacanze in Svizzera. Di Laura Guglielmi
 
   

     
Adelboden, Svizzera, 09 settembre 2009
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mentelocale di
Laura
Guglielmi
   

Auto nuova fiammante, con il Tom Tom che mi indica anche se le curve sono a gomito, se sotto il ponte scorre un fiume, il nome di un paesino impronunciabile. Sono appena arrivata ad Adelboden, nel centro delle Alpi Bernesi, vicino alla capitale e al lago di Thun. So esattamente dove sono, con una precisione micidiale.

Circondata da due mappe stradali, guida della Svizzera sotto il naso, con il Tom Tom che non mi molla un attimo, come potrei mai sbagliarmi? Eppure Seamus Heaney, poeta premio Nobel irlandese, mi ha detto durante un'intervista che è proprio quando si sbaglia strada e ci si perde, quando non si riesce a capire dove si è e non si conoscono le coordinate, è proprio in quel momento che si hanno delle intuizioni importanti.

Ebbene tutti questi oggetti pretenziosi e saccenti intorno a me, Tom Tom, guida e carte stradali, non mi permettono di perdermi neanche per un attimo. Il desiderio di conoscere e di trarre il più possibile da tutto ciò che faccio, mi impedisce di perdermi in the middle of nowhere, I am always in the middle on somewhere. So sempre dove sono e perché ci sono, almeno per quanto ci è dato saperlo. Nessuno di noi sa con sicurezza dov'è e perché c'è, neanche i talebani o gli integralisti cattolici. Anche se, beati loro, fanno finta di saperlo.

Ne sono passati di anni, ma prima, quando non avevamo la macchina, il mio compagno non aveva neanche la patente, per raggiungere Adelboden salivamo sul treno a Genova Principe, attraversavamo il Piemonte, lasciavamo l'Italia dopo il Lago Maggiore per trovarci catapultati a Brig, la prima cittadina della Svizzera tedesca. Cambiavamo treno e tra gallerie lunghissime, paesaggi alla Heidi, cesellati con l'attento scalpello degli agricoltori, montagne ripide rocciose minacciose, approdavamo alla stazione di Frutigen. I nostri amici venivano a prenderci in macchina per condurci allo chalet di Boden, appoggiato su una piana ridente di prati, con una montagna alta e scoscesa sullo sfondo, da cui cadeva implacabile una cascata perenne, di cui sentivamo il fragore incessante nonostante fosse lontana più di 5 chilometri.
La mattina presto decine di uccellini venivano a mangiare il riso e le briciole di pane sul terrazzo che la nostra amica lasciava la sera su un piattino.

Eravamo in qualche parte del mondo, in Svizzera, ma non sapevamo esattamente dove. La nostra coppia di amici, più grandi di noi di almeno vent'anni, due persone eccentriche e geniali a modo loro, con poco senso pratico, alimentavano questo senso di dispersione. Per dirlo in poche parole, forse un po' scontate, eravamo entrati in una fiaba sonora dei fratelli Grimm, chiusi e imbavagliati dentro quelle trame oniriche, ma ci sentivamo più liberi che mai.

Ora sono di nuovo qui. I prati lisci come il mare sono sempre gli stessi, l'odore dell'erba appena tagliata ci stordisce ancora la mattina, gli uccellini mi salutano appena sveglia scendendo in picchiata dall'abete di fronte, la cascata continua imperterrita a precipitare a valle, gli amici non sono cambiati, forse solo un po' più eccentrici con il passare degli anni. Io invece non sono più la stessa, so esattamente dove mi trovo, che la montagna di fronte si chiama Engstligen, e che il ghiacciaio lassù in cima ha un soprannome inquietante, la Buona Morte.
So esattamente come si arriva in questo posto incantevole, tutte le strade e le autostrade per raggiungerlo. Tutto qui è come prima, una favolama dentro la favola io non ci sono più.

 
 
 
 
 
 
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