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Spettacoli
 

Michael Moore: una storia d'amore senza lieto fine

 
Presentato a Venezia 'Capitalism: a love story', documentario che parte dall'epilogo dell'era Bush e finisce con l'elezione di Obama. 'Persecution' nuovo favorito per il Leone d'oro
 
   

     
7 settembre 2009
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
Michael Moore
Michael Moore

PROTEGGERE IL COSTATO
Scene di isteria giornalistica nella coda per la prima proiezione stampa di Capitalism: a love story (quella per i quotidianisti, teoricamente gente quieta). Un provvidenziale ritardo mi ha consentito di entrare a sala già colma: sono finito in ultima fila, ma ho salvato il costato.

UNA STORIA D'AMORE FINITA MALE
Il nuovo documentario di Michael Moore racconta trent'anni di plutocrazia americana seguendo il doppio binario del giornalismo d'inchiesta e dell'illustrazione didattica: si va dai consueti siparietti animati (alcuni irresistibili, come il Cristo ridoppiato per adeguarlo alle pretese dei capitalisti bibbiofili) fino all'esibizione accademica di istogrammi. La tesi è molto semplice: il sistema capitalistico americano è ontologicamente indifferente al benessere degli individui; anzi, per ragioni tecniche, comporta il malessere della maggioranza. Ergo, testi alla mano, è anti-democratico.

La dimostrazione si compone di cifre, casi esemplari (le aziende che, assicurando la vita dei dipendenti per decine di migliaia di dollari, sono avvantaggiate dalla loro morte; il carcere minorile privato che, campando del numero di detenuti, sovvenziona la contea locale in modo che condanni più adolescenti possibile, per reati come insulti a un professore su myspace), panoramiche storiche: a ognuno il proprio giudizio sulla validità del teorema, ma il consiglio è di non perdere l'occasione di formarsene uno. Peccato solo per le intrusioni domestiche, da lacrima TV, a cui Moore non sa rinunciare, ma che sono sempre più spiacevoli.

C'E' UN TIZIO NUDO NEL MIO LETTO
Favorito nuovo di zecca per la vittoria finale: è Persecutiòn, di Patrice Chereau (Intimacy), applaudito a fine proiezione e coccolato nelle critiche a caldo. La persecuzione del titolo è quella di uno sconosciuto che, dopo un incrocio di sguardi in metropolitana, inizia a occupare la vita (e il letto) del protagonista Daniel. Che lo rifiuta, lo allontana, lo pesta, ma se lo ritrova sempre in soggiorno. La vicenda però è poco più di un contrappunto alle molte tracce del malessere psicologico di Daniel (Romain Duris): l'amicizia con un uomo abbandonato dalla moglie che gli scarica addosso la propria solitudine; le visite a un ospizio per anziani, più interessati a chiedergli favori che a scambiare due parole; e soprattutto il fragilissimo equilibrio emotivo con la fidanzata (Charlotte Gainsbourg), continuamente minato dalla sua ossessiva insicurezza. In questo orizzonte personale rabberciato e spaventevole, il persecutore finisce allora per diventare confidente e persino alter ego.
Cinema di molte parole e moltissimi primi piani, è un bell'esercizio d'analisi umana (e umanistica), la cui capacità d'aprirsi a una prospettiva universale (seppur contemporanea) è però discutibile.

ORIENTE DELUDENTE (NON CI FACCIAMO MANCARE NIENTE)
Tutte orientali le più grosse delusioni del concorso: dopo Prince of tears di Yonfan, melodramma politico ambientato nella Taiwan degli anni '50 di grandi ambizioni ma scarso peso, non convincono nemmeno i nuovi lavori di Shinya Tsukamoto e Soi Cheang.

Il primo ha presentato The bullet man, ennesima variazione (minima: attori anglofoni e tanti soldi in più) sulla saga horror cyberpunk che gli ha dato fama a partire dalla fine degli anni '80: un tranquillo contabile e padre di famiglia si tramuta in una creatura ibrida, metà uomo e metà macchina, quando un auto investe suo figlio. Il solito delirio visionario, le solite metafore sulla natura incombente e minacciosa delle metropoli, la solita fascinazione erotica per le escrescenze metalliche. Chi conosce l'autore si annoierà a morte, chi non lo conosce può tranquillamente procurarsi i primi due Tetsuo.

Esile esile, infine, il nuovo noir dell'autore del cult Dog bite dog, qui prodotto dal maestro Johnny To: un sicario a pagamento, specializzato nell'elaborare complesse trappole mortali che simulano casuali incidenti e non lasciano tracce, si convince di essere a sua volta nel mirino di una cospirazione. L'ossessione lo aliena progressivamente dalla realtà mettendolo contro ai suoi stessi compagni di lavoro, una giovane donna e un vecchio smemorato. Traccia narrativa arcinota, regia convenzionale (con qualche bella trovata).

 
 
 
 
 
 
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