Attraversare il Bosforo in largo è già un'esperienza. Altra cosa poi, è farlo in lungo. Se è bellissimo traghettare da Eminönü a Üsküdar, o da Beþiktaþ a Kadýköy, la seconda volta che lo si fa è già una cosa normale. Non perché perda di valore, ma per la natura stessa delle cose di Istanbul: basta un solo giorno, basta passare da una sponda all'altra che sei già di Istanbul, da qualsiasi parte del mondo tu provenga.
Decidiamo di prendere un traghetto che da Eminönü vada in su, il più possibile dentro il Bosforo. Il viaggio è piuttosto lungo. La nave fa capolinea ad Anadolu Kavaði, ma è popolata per lo più di turisti. Ci sono europei come noi, con la macchina fotografica; asiatici con la macchina fotografica; francesi con la macchina fotografica; americani con la macchina fotografica. È un reality. Istanbul è comunque impossibile fotografarla tutta, questa nave è la zattera di Medusa dei turisti, di chi s'è talmente innamorato di questa città da voler naufragare in qualche nuovo quartiere poco fotografato, non ancora immagazzinato nelle nostre flash card o nelle nostre pellicole. E mentre sei lì seduto sullo scalone del traghetto, al pelo dell'acqua, ti passano davanti Galata e Kadýköy, con la torre e i cantieri, poi Beþiktaþ, in cui le case antiche soccombono ai pilastroni di cemento, poi Dolmabaçe, una reggia sontuosa ed europeanamente pacchiana, quasi una Versailles sul Bosforo, arricchita con stucchi barocchi tradotti in Islam. La prospettiva (intesa in senso geometrico ma anche in quello russo, di passeggiata) è comunque eccezionale. Il palazzo ci scorre davanti come una quinta, gli stucchi irruvidiscono la luce, grattano il mattino, sembra appena emerso dall'acqua e pronto a ritornarvi.
Aspettiamo il ponte. Il Ponte, perché se c'è un ponte maiuscolo è proprio il Ponte sul Bosforo. Non unisce solo due lembi di terra. Non è solo una geniale opera di ingegneria (campata unica, due altissimi pilastri che sorreggono una mezzaluna di cavi d'acciaio, venghino, venghino quelli che non sanno che fare tra Reggio e Messina). Il ponte non è solo una strada cacciata sull'acqua. È un trampolino, una rampa. Di là è Asia e te ne accorgi subito. Si paga soltanto, infatti, per passare dall'Europa e non viceversa.
Il traghetto si infila sotto il ponte senza rallentare. Per i turchi è normale passare sotto, ma a noi servirebbe un po' più di tempo per puntare bene i nostri obiettivi. Ma dopo il Bosforo prosegue, siamo ora come in un lago o un fiordo profondo, più o meno stretto a seconda dell'avvicinarsi delle rive. Ogni sponda ha case diverse, l'architettura migliora man mano che ci si allontana dal centro. Ora le larghe finestre di una sponda guardano quelle dall'altra parte senza sovrapporsi, anzi, si concedono a volte un tetto spiovente, un architrave, oppure sono gli occhi malinconici delle ultime case di legno, bellissime ma assolutamente provvisorie, quando non sono tenute in perfetto stato sono decadenti e in rovina. Il traghetto fa poche fermate. Non scende praticamente nessuno. Anche noi decidiamo di proseguire fino ad Anadolu Kavagi. Qui, dice il depliant, una sosta di 3 ore permetterà di pranzare.
Passiamo sotto un altro ponte, altra prodezza di ingegneria. Il Bosforo si apre un pochino, se non fosse per le navi da cui ci teniamo ben lontani, non si potrebbe credere che tra qualche chilometro s'apre un pelago gigante come il Mar Nero. Altre due fermate. Non scende nessuno. Ormai è chiaro che scenderemo, scenderanno tutti ad Anadolu Kavagi. Il traghetto è pieno di gente affamata. Un'anglosassone bianchissima e obesa chiede ad un marinaio quanto ci fermeremo. Giusto il tempo di pranzare e comprare un souvenir risponde quello in turkglish. Ma perché? Dietro il capo c'è il Mar Nero, perché fermarsi qui? Anadolu Kavagi non deve essere che un paesino come ne abbiamo visto tanti nei dintorni. È ancora Bosforo ma non è già più Istanbul. Forse è una trappola, un cul de sac per turisti. Cerchiamo di capire qualcosa dagli sguardi dei pochi turisti turchi a bordo ma niente. Boh, forse le nostre paure sono infondate, Anadolu Kavaði potrebbe riservarci piacevoli sorprese. Ma quando arriviamo, i turisti invadono la piazzetta di fronte al paesino e i ragazzi di negozietti, cafè, bar, kebab e ristoranti sono lì pronti a pescarli uno ad uno. È una mattanza. Disperati scappiamo in un vicolo. C'è un autobus fermo. Un tipo lì in piedi ci dice che va a Beykos. Gli chiediamo se è sul Mar Nero. Quello dice no, ma da Beykos si può prendere un'altra corriera che arriva a Riva, una spiaggia sul Nero. Indecisi, intanto quello butta il mozzicone e sale. L'odore di pesce alla griglia ci tenta. Poi l'autobus parte e noi gli corriamo dietro.
I turchi hanno una regola bellissima. Puoi fermare un autobus per salire o scendere quando vuoi, anche a 200 metri dal capolinea. Tra l'altro il tipo di prima è il bigliettaio. Quando ci vede salire è così felice che non ci fa pagare il biglietto.
La corriera da Beykos a Riva è un'esperienza unica. Solo gente locale: mamme, nonne, ragazzi con l'asciugamano che vanno alla spiaggia. È piccola come un furgone ma è zeppa di gente. L'autista guida, riscuote il denaro, ascolta musica, parla al telefonino. Per fortuna, da poco è vietato fumare, altrimenti fumerebbe pure. Io, che finisco davanti, vicino a lui, vengo eletto bigliettaio. Dopo i primi spiccioli riesco persino ad applicare le tariffe e dare il resto giusto. La strada per Riva è tortuosa. Attraversiamo foreste di faggi, larici, quercine; paesini, mucche, capre.
Riva è un'ex colonia genovese, c'è un castello diroccato e una spiaggia. Ci buttiamo in acqua. Fuga da Anadolu Kavaði e conquista del Mar Nero. Sullo sfondo, decine di navi pronte ad imboccare il Bosforo.