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Viaggio ad Istanbul

 
Nel quartiere Istiklal Caddesi «il miscuglio, il mosaico, la musica, il sudore dei giovani». Ma molti di loro devono lavorare. Vendono di tutto: dai fazzoletti al piatto di cozze. Di Revelli
 
eventi
Vi proponiamo il reportage dalla Turchia di Giacomo Revelli. Tempo fa mentelocale.it aveva pubblicato i diari di viaggio di Giacomo dal Sudafrica e dal Marocco.

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17 agosto 2009
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di Giacomo Revelli
   
istanbul

C’è sempre una prima volta per tutto, anche per Istiklal Caddesi. Ma subito, quando si percorre questo largo viale di Istanbul, nell’ex quartiere greco Pera, non ci si rende conto di come funziona, bisogna farselo almeno due o tre volte per trovare ciò che si vuole. Perché c’è tutto e a due passi ma, dall’interno, o come in un mosaico o in una grande foto un po’ sgranata, fai fatica ad averne una percezione completa. Di giorno è una tranquilla via dello shopping con tutti i negozi d’ordinanza, tant’è che in cima, a piazza Taksim, c’è pure il Burger King. Come da manuale. Ma siamo a Istanbul, dunque le cose hanno sempre un lato su un continente e uno inevitabilmente su un altro. E una strada che ti vende le stesse borsette che a Roma, Parigi, Londra, nasconde un lato che può essere solo turco: il miscuglio, il mosaico, la musica, il sudore dei giovani.

Già verso le 19 tutto cambia. Il viale è letteralmente invaso di gente. Il piccolo tram che parte da Galata lo attraversa come un rompighiaccio e deve continuamente scampanellare. Dietro, i ragazzini fanno i portoghesi seduti sui paraurti. Qui sono tutti giovani: turchi, rumeni, russi, inglesi, tedeschi, francesi, polacchi, curdi, armeni, italiani, norvegesi. La strada cambia definitivamente faccia dopo le 22. Non si fanno 50 metri senza incontrare una viuzza con un concerto: nei vicoli laterali ci sono ragazzi che invitano ad entrare nei locali per ascoltare musica curda, turca o anatolica. I manifestini riportano nome, cognome e foto di musicisti sconosciuti, un po’ come da noi succede per nelle sagre per il liscio.

La procedura giusta è questa: cena in uno dei cafè (che preparano però squisiti kebab); chaik e narghilè digestivo (d’obbligo quello alla mela, in turco si dice elma) in uno dei vicoli laterali. Verso le 23 cominciano i concerti che vanno avanti tutta la notte. Suonano, suonano sempre. Anche se ad ascoltarli non c’è nessuno. È la musica che conta, suonare per il proprio piacere prima che per quello altrui. Incontriamo un vicolo pieno di gente. Capiamo che è quello giusto. In fondo, l’insegna di un bar, il Mr Bliss.
Tra i tavoli, gli sgabelli, la gente seduta a bere raki, ragazzi e ragazze ballano come se si fossero incontrati per una grande occasione, una laurea, un addio, un matrimonio. Invece, solo la metà della metà si conoscono e stanno soltanto divertendosi.

È bello anche solo restare a guardarli. E ci si rende conto immediatamente di una cosa. Anche qui, dove ci si diverte per tutta la notte, anche qui, nel bel mezzo di Istiklal Caddesi a Beyoglu, anche qui imperversano potenti le correnti del Bosforo. Mentre la gente balla (alla turca, non all’europea: i ragazzi gigioneggiano e schioccano le dita, un po’ come nella Taranta pugliese; le ragazze simulano danze da odalische e comunque si muovano sono sensualissime), mentre questa tribù balla, spinge, sgomita, salta, quando già è difficile passare senza pestare o farsi pestare i piedi, c’è qualcuno che riesce ad attraversarla, a incunearvisi in continuazione, a dividerla in flutti come un mercantile carico di grano in rotta per Odessa.

Non è qualcuno che si vuole divertire. Non hanno sul viso nessuna espressione di condivisione, né di apprezzamento per la musica. Sono al lavoro. Devono vendere qualcosa. Mentre ce ne stiamo seduti a bere birra, ascoltare musica e osservare gli altri che ballano, ci accorgiamo che in mezzo a loro passano, uno dopo l’altro: un ragazzo che vende corna da diavoletto e aureole da angelo; un venditore di cozze con parecchi piatti sull’avambraccio sinistro; uno con un vassoio pieno di mandorle e ghiaccio; un fotografo, alto, distinto, con in mano un flash e una borsa per far capire il suo mestiere; una donna bassa e tarchiata, con un vestito a fiori e i capelli untissimi che vende fazzoletti; un venditore di sigari iraniani con valigetta lignea; un ragazzo che vende gratta e vinci.

Il concerto è davvero unico, ma qui si suona per quattro sere di seguito. Sono in tre: chitarra e voce, oud, percussioni. Musica anatolica arrangiata blues. Tipo Megu Megun di Faber. Alcuni pezzi fanno scatenare i ragazzi che si alzano e battono le mani. I vestiti delle ragazze s’accorciano paurosamente sui fianchi.
Tutti sono coinvolti. Tranne i venditori. Il fotografo passa diafano tra i suoi possibili soggetti. I piatti con le cozze oscillano paurosamente e rischiano più volte di finire addosso a qualcuno. Il ragazzo con le mandorle porge il suo vassoio sotto il naso di tutti. E la risposta è hahýr: no, sempre e solo no. Le cozze, poi, non so come si possa andare in giro a vendere certe cose con questo caldo: da noi l’Asl gli darebbe l’ergastolo. Il ragazzo con i cornini cerca in ogni modo di dispensare le sue aureole o i suoi aggeggi fluorescenti da diavoletto.

No, grazie, no, non li vuole nessuno. La signora unta offre fazzoletti con un’innocenza disarmante: bassa di statura e larga di fianchi, riceve bordate durante un improvviso sirtiki collettivo. Eppure lei e gli altri continuano ad attraversare il loro personale Bosforo di no.
Poi, ecco, finalmente quello con le cozze vende un piatto a due biondi. Sono di certo americani. Ma allora è proprio vero che la costanza, alla fine, premia. Gli altri lo guardano. Non si capisce se e come gioiscano per lui. Se ora è andata bene a uno di noi, prima o poi andrà bene anche a me.

 
 
 
 
 
 
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