Istanbul comincia dove le altre città finiscono. Già l'aeroporto è un bazar. Nella hall, appena usciti con i nostri zaini e i nostri borsoni, troviamo un centinaio di persone ad attenderci. C’è addirittura un cordone di polizia a tenerli buoni. Aspettano noi. Cioè, ognuno aspetta qualcuno di noi, quegli sfigati che arrivano con i voli dall’Europa. Tengono sollevati sulla testa dei cartelli con sopra nomi e cognomi. In inglese, francese, tedesco, polacco, svedese. Mr. Smith, Monsieur Bonnefoy, Herr Zimmer, Mr Kapczak. Ti chiamano come se volessero venderti qualcosa, una nuova identità. La tentazione è forte. Mille vite ti passano davanti in un secondo. E sono mortificati quando gli rispondi, «No, sorry. I’m sure: I’m not Madame Dupont».
Devo cercare il mio nome. Ho prenotato in una guesthouse e hanno mandato qualcuno a prenderci. Ma nella selva di braccia, nelle urla, non trovo nulla. Io e Claudio li passiamo in rassegna tutti. Sono già al secondo giro e in crisi di panico d’abbandono in una città sconosciuta e straniera quando Kla mi chiama. Eccolo, tra tutti i lacchè che sgomitano, ce n’è uno che tiene un cartello: "Giacara Revelli". Gli perdono l’errore. È il nostro uomo. Ci parcheggia dietro a una colonna. Dobbiamo aspettare un po'. Dopo mezz'oretta, un altro volo scarica un altro centinaio di europei albini in Turchia. Arrivano tre polacchi, uno di loro palesemente ubriaco. Tiene in mano whiskey da duty free. Quando capisce che siamo italiani comincia una bella tiritera sulle donnine del premier. È il prezzo che dobbiamo pagare all’estero per il nostro sorridente del consiglio. Per fortuna alla Mavi Guesthouse troviamo il modo di liberarci del nostro ingombrante passaporto. È una vecchia casa di Sultanahmet, su più piani. Da ogni balcone si vede un pezzo di Aya Sofia. Cupole. Mezzelune. Minareti. Alle 5 del mattino si viene svegliati dai gorgheggi del muezzin, ma ne vale la pena. Memeth ci porta a un bel lettone nel roof. Ma è domenica, sono appena le 18, nessuna intenzione di mettersi a dormire.
Cartina alla mano, destinazione Galata. Che strani siamo noi liguri. Molliamo il lepego di Genova perché non ne possiamo più e lo andiamo a cercare altrove, magari in Turchia. Arrivare a quel po’ di Genova che c’è a Istanbul partendo dalle due grandi moschee è un buon metodo per avere una percezione immediata della città. Tra Aya Sofia e la Moschea Blu, due grandi bomboniere irte di antenne che cominciano a colorarsi di rosa, c’è un po' di tutto. Turisti americani con le Lonely alla mano. Europei con le Routard. Italyenkee che urlano al telefonino. Islamici iraniani con le mogli completamente velate. Venditori di pannocchie abbrustolite. Ci sono Dondurma, i "toreri dei gelati". Sono vestiti con corpetti decoratissimi e agitano un’asta che infilano nei loro gelati come una banderilla. Ne traggono una pallina, te la mettono sul cono, poi te la porgono. Fai per prenderla e la ritraggono. Gelato e cono, restano incollati al "cucchiaino" e tu resti lì come un cretino mentre dietro i giapponesi se la ridono. Al terzo gelato ti fai furbo e by-passi la cerimonia con un certo savoir-faire, ma la prima volta è umiliante. Tra le moschee ci sono anche i turchi naturalmente. Siedono nel parco a parlare. È l’ora del chaik. I ragazzini girano tra i banchi con termos, piattini, bicchieri e zollette. Chaik! Chaik! Chiak! Una lira e partecipi al rito con un bicchiere di the bollente.
Per andare a Galata dobbiamo attraversare un intero quartiere, il bazar egiziano. Attraversiamo i portoni aperti come se entrassimo a Samarcanda. Ma è domenica sera e il bazar è vuoto. I kebabbari sono chiusi. I negozi sbarrati. Le insegne spente. È lo stesso un’emozione: qui non abita nessuno, le case sono abbandonate o fatiscenti, restano in piedi perché sotto ci sono i negozi. Alle facciate hanno appeso enormi stendardi del Besiktas. Ma il porfido della strada è consumato. Quando il vento gira arrivano a zaffate sesamo, zafferano, cumino. Si capisce che di giorno in quelle vie dev’esserci moltissima gente. Continuiamo a scendere, la strada piega come un’anguilla. Ci accorgiamo di non esserci perduti perché comincia ad arrivare odore di mare. Sempre più forte, sempre più pungente.
È mare, è pesce, è refrescumme. Galata arriva dopo un labirinto di pescherie chiuse dove netturbini con gli idranti ammucchiano teste d’acciuga nei tombini. Il ponte è già immerso nel tramonto. Sulla sua schiena camminano decine di auto, centinaia di canne da pesca lo rendono spinoso come una lisca di pesce. Sono i pescatori di acciughe. Anciuez in turco. La loro attività consiste in questo: lanciano la canna nel Bosforo, dalla parte del Corno d’Oro o del Mar di Marmara, è indifferente. I bambini stanno ad aspettare che l’acciuga abbocchi. Ci vuole pochissimo. Qualche minuto e papà staccherà il pescetto e lo metterà in una bottiglia d’acqua. Alcuni nuotano vivi, altri si adagiano sul fondo. Intanto, i ragazzini preparano le esche. Sono fatte di una poltiglia odorosa che loro distendono sulla balaustra del ponte. Di giorno, poi, dimenticata, la stessa poltiglia fermenta al sole. Le turiste bionde, schifate, se ne tengono lontane come dalla peste. I turchi ci attaccano le canne e lasciano pochi centimetri liberi per il panorama. Il ponte di Galata è una buridda gigantesca, di uomini, di bambini, di tram, anciue e belle figge.
Trovato il lepego, trovata Genova. C’è un palazzo a strisce bianche e nere, come a San Matteo. C’è la torre che guarda il Bosforo come una Lanterna. E le navi che attraversano il canale, silenziose. Ci sono i vicoli che salgono a Beyoglu, pieni di gatti e di topi. Viene in mente Caproni. Istanbul di refrescumme. Mare, navi, bailamme. Istanbul di carugi. Vento, buio, indugi. Istanbul città blu. Pregandu Mumà au postu du Segnù.