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I Litfiba: musica di protesta negli anni '90

 
Il disco 'Terremoto' ha scosso l'indignazione verso i mali della nostra societŕ. Quando Pelů se n'č andato č finita un'epoca. Di Simone Nocentini, dalla community
 
   

     
1 luglio 2009
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di Simone Nocentini
   
Litfiba - Terremoto

"Dentro i colpevoli / e fuori i nomi!" (Dimmi il nome, Terremoto, 1993)

Io, lo ammetto, i Litifiba non li ho mai tenuti in grandissima considerazione: a quell'età in cui ti agganci ad un nome, o a un disco, non me li sono meritati. Peccato. Perché oggi, che mi sono andato a riascoltare tutta la discografia (il vostro archeologo di prossimità musicali si documenta, che vi credete?), ho avuto conferma di quello che, con orecchie meno distratte, avrei potuto capire già all'epoca (e godermelo appieno da contemporaneo).

Cioè che sono stati a tutti gli effetti uno dei pilastri della musica italiana degli anni '90. Per la musica, per i testi, per la voce di Piero Pelù che ha colorato un decennio, per le coincidenze temporali che hanno visto iniziare la loro tetralogia degli elementi nel 1990 - El Diablo (Fuoco), 1993 Terremoto (Terra), 1995 Spirito (Aria), 1997 Mondi Sommersi (Acqua) e 1999 Infinito (tempo, come quinto elemento) - e loro sciogliersi poco prima del giro di boa del nuovo millennio.

Sciogliersi, sì. Perché per me, che non sono fan, i Litfiba senza Piero Pelù non sono i Litfiba.

Lo dico io, lo dicono Elio e Le Storie Tese ("Litfiba, non vi conviene / una carriera da Renzulli e da Pelù!") e, soprattutto, lo dicono le classifiche di vendita dei dischi. Pilastro fondante ancor di più perché, in un'Italia di rock da cantautore, i Litfiba sono stati forse il primo gruppo rock di successo vero e proprio, se è vero che i loro antenati affondano le radici negli anni d'oro del beat ('60) e del prog ('70).

Ma torniamo alla musica: nel 1993 esce Terremoto. Cavolo, un disco che picchia: già da quel pugno che invade la copertina. Ma picchia nei solchi, con la chitarra di Renzulli che, da lì in poi, ha plasmato le menti e le dita di una generazione di ragazzi con la chitarra tra le mani. Picchia nella voce di Pelù, che mai come qui trema di rabbia, e soprattutto, nei testi.

Terremoto è, in quegli anni, il disco di protesta per antonomasia, ribadito dal successo in classifica (ben 400.000 copie), e che della protesta  portò in tour gli strascichi, con problemi di ordine pubblico: benzina gettata sulla fiamma dell'indignazione e del disgusto verso l'Italia che, dopo tanti anni, gridava a voce alta quello che fino al giorno prima soltanto si sussurrava nei bar e nei corridoi. Tangentopoli, politica & mafia. Dall'inquietante atmosfera di gioioso linciaggio di Dimmi Il Nome ("Il ladro, dimmi dov'è / Voglio il nome voglio il nome") alla denuncia folleggiante di Maudit ("Di notte voglio ballare nella televisione / Truccarmi da pallone e raccontarvi tutto" e vai con la lista delle nefandezze italiche). Ma se la prendono anche con la società del consumo (Soldi, che occhieggia ironicamente alla Mina di Soldi Soldi Soldi), il militarismo (Prima Guardia, "Trasforma il tuo fucile in un gesto più civile!") e le gerontocrazie da sconfiggere (Dinosauro, che nasconde nel testo una sottile riflessione sulla costante mutazione attuata dal potere per sopravvivere). Solo in pochi episodi (Fata Morgana, Il Mistero di Giulia) i testi si allontanano dalla verve polemica, virando verso il lirismo o un certo ermetismo che richiama le loro esperienze new wave degli anni '80. La schiettezza facilona che oggi, riascoltando, può far sorridere, credo sia solo la genuinità dell'urgenza di trasmettere un tam tam che attraversava indignato le coscienze di tutti.

Terremoto è il disco della protesta, che  non guarda in faccia a nessuno, così come Lorenzo 1994 è il disco della proposta: e non deve stupire che nello stesso momento storico siano andati in classifica due dischi così diversi tra loro, per suoni, testi ed atteggiamenti. Sono le due facce contrapposte della stessa medaglia.

Oltre alla musica, i Litfiba sono stati "dannatamente" rock in tutto, dalle sfacciate (ed ironiche, ma non sempre comprese) gigionerie sataniste di El Diablo, alla polemica contro la Chiesa e le sue prese di posizione (ricordo un Vincenzo Mollica a cui Piero Pelù ingusciò il microfono con un preservativo, per promuoverne l'uso): il tutto a cavallo, è chiaro, tra coscienza, provocazione e abile spirito commerciale. I Litfiba sono stati anche una grandiosa macchina da soldi (la ruota gira per tutti!) che si è oliata negli anni successivi con una virata verso un approccio più pop, che è stato anche di sperimentazione (vi ricordate Ritmo e Ritmo 2#? I rockers non me ne vogliano...).

Per la società italiana quei primi anni '90 - l'abbiamo già letto in musica diverse volte - furono molto intensi, ed i Litfiba, con inconscia preveggenza, li raccontarono con elementi densi e forti (fuoco e terra). Oggi, riascoltando a posteriori tutto lo sviluppo del loro lavoro, sembra che non possa essere una coincidenza se la speranza degli anni successivi è stata declinata con la leggerezza dell'aria e dell'acqua, e che proprio all'Infinito sia stato dedicato il disco che li ha consegnati alla storia.

La storia della musica leggera, si sa, è fatta di corsi, ricorsi e coincidenze: oggi i Litfiba non sono abbastanza vecchi da poter suonare già vintage, eppure domani avranno un ruolo fondamentale nella storia, ancora tutta da scrivere, di quel decennio musicale.

 

 
 
 
 
 
 
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