Nuova chiamata alle urne per gli italiani dopo la tornata di Europee e Amministrative. Da domenica 21 (e fino a lunedì 22 giugno, ore 15) si vota per il referendum abrogativo della legge elettorale in vigore dal 2005, da sempre oggetto di forti contestazioni e che il suo stesso creatore, l'allora Ministro per le Riforme Calderoli, definì «una porcata» nel corso di un'intervista alla trasmissione Matrix.
Per votare è necessario avere con sé un documento di identità valido e la tessera elettorale. Lo scrutinio avrà inizio subito dopo la chiusura delle urne.
I referendum abrogativi, regolati dalla Costituzione, sono finalizzati a cancellare una o più parti di una legge in vigore: votare Sì significa essere d'accordo con l'abrogazione, mentre votando No si vuole lasciare il testo così com'è.
Perché il referendum abbia successo non è però sufficiente che la percentuale di Sì prevalga sui No: è anche indispensabile il raggiungimento del quorum, ossia che il numero dei votanti corrisponda ad almeno il 50% + 1 degli aventi diritto.
Un dato non così scontato: l'ultimo referendum ad aver raggiunto il quorum si è tenuto nel 1995, e nelle recenti consultazioni la battaglia tra sostenitori e contrari si è giocata proprio sull'invito agli elettori a recarsi o a disertare le urne, piuttosto che sulla preferenza da esprimere.
Ma analizziamo nel dettaglio i tre quesiti.
PRIMO E SECONDO QUESITO (rispettivamente scheda viola e beige)
I due quesiti, che riguardano rispettivamente Camera e Senato, chiedono di eliminare le coalizioni fra partiti in vista delle elezioni e che il premio di maggioranza sia dunque assegnato alla singola lista che riceve più voti.
Cosa significa?
Il sistema elettorale attuale prevede che i partiti possano collegarsi fra loro in vista delle elezioni, e che il voto dato a un partito vada automaticamente anche alla coalizione cui appartiene. È inoltre previsto che la coalizione vincente abbia almeno 340 seggi in Parlamento: a essa è dunque assegnato un 'premio di maggioranza', che consiste nell'aggiungere al numero di seggi già ottenuto, quello necessario per arrivare a 340. Questo premio non è dunque assegnato al partito che ottiene più voti, ma alla sua coalizione: e sono i partiti stessi a decidere in quale misura distribuire i seggi assegnati in più.
Cosa accade se vince il sì?
I partiti non potranno più coalizzarsi, così che il voto e l'eventuale premio di maggioranza saranno assegnati alla singola lista. Inoltre sarà applicata la soglia di sbarramento del 4% alla Camera e dell’8% al Senato: i partiti che otterranno un numero di voti al di sotto di queste percentuali non avranno accesso alle Camere. Tutto questo porterebbe alla creazione di un sistema sostanzialmente bipartitico.
Cosa accade se vince il no?
Il testo della legge rimane invariato.
TERZO QUESITO (scheda verde)
Eliminare la possibilità di candidarsi in più circoscrizioni, sia per la Camera che per il Senato.
Cosa significa?
Attualmente sono in vigore le cosiddette liste bloccate: si può votare solo per il partito, ma non è possibile esprimere preferenze su uno specifico candidato. Sono i leader delle coalizioni stesse, una volta eletti, a decidere chi fra i loro candidati siederà in Parlamento. Inoltre è possibile candidarsi in più circoscrizioni e, nel caso in cui si risulti pluri-eletti, scegliere in quale circoscrizione rimanere e cedere gli altri seggi ottenuti al 'primo non eletto' della propria lista.
Cosa accade se vince il sì?
Ciascun candidato potrà presentarsi per una sola circoscrizione, in modo che l'accesso a Camera e Senato sia limitato a coloro che hanno ottenuto il numero di voti necessario. Resta in vigore il meccanismo delle 'liste bloccate'.
Cosa accade se vince il no?
Il testo della legge rimane invariato.