«Un’opera d’arte è più di un oggetto, più di una merce, essa incarna una visione del mondo e, se presa seriamente, può essere vista come un modo di fare mondo». Daniel Birnbaum, direttore artistico della 53° Biennale di Venezia, apre così il catalogo che accompagna la mostra intitolata appunto Fare mondi e svela le intenzioni che stanno alla base della scelta dei novanta artisti selezionati. Uno statement universalista, che rischia persino di risultare generico (ogni opera d’arte svela sempre un mondo), ma che offre una visione progressiva, forse utopica, della contemporaneità e del futuro.
Non è un caso infatti che le due sedi principali della mostra si aprano con opere che incarnano questa visione, e che costituiscono la pars construens di un discorso articolato che si sviluppa tra l’Arsenale, il Palazzo delle Esposizioni e i padiglioni nazionali, che hanno risposto in modo autonomo alle suggestioni di Birnabaum e del curatore Jochen Volz.
Si tratta di due grandi installazioni ambientali, che attraversano lo spazio saturandolo, dando vita ad ambienti evocativi di un altrove spazio-temporale. Alle Corderie, l’opera di Lygia Pape (artista brasiliana morta nel 2004 e menzione speciale della giuria della biennale) costruisce un paesaggio tattile di fili d’oro, che si trasfigura in paesaggio luminoso, composto da raggi di luce obliqui (Ttéia I, C, 2002).
L’artista, presente anche con un’opera degli anni Sessanta, Livro da Criação, mette in forma l’idea-base della mostra esplicando in modo cristallino l’immaginario che sottende ogni scelta artistica. All’ex Padiglione Italia troviamo invece la grande installazione di Tomas Saraceno, prodotta tra l’altro da due realtà genovesi: la Fondazione Edoardo Garrone e la galleria Pinksummer, insieme alla Fondazione Sambuca di Palermo. Galaxy Forming along Filaments, like Droplets along the Strands of a Spider’s Web (2008) è un’imponente costruzione leggera, fatta di elastici tirati da un lato all’altro della grande stanza centrale del padiglione, da cui si formano conglomerati sferici che evocano il macrocosmo delle galassie spugnose all’origine all’universo e il microcosmo delle gocce d’acqua catturate dalle ragnatele, in una combinazione affascinante che diventa modello ideale per architetture temporanee. Il visitatore le può attraversare, esperire e vivere mettendosi in relazione diretta con l’opera, attivando quindi una fruizione stratificata e partecipata, nella costruzione di mondi possibili.
Altre opere attivano questa forma di coinvolgimento, o di propulsione immaginifica costruendo possibili percorsi di lettura e di raccordo nella mostra. La Ville Spatiale –visualisation of an idea (2009) di Yona Friedman assurge quasi a modello: una grande città sospesa, realizzata insieme agli studenti dell Städelschule di Francoforte, presenta una struttura portante semplificata, fatta di corde, tiranti metallici e fili colorati su cui appoggia una vera a propria struttura urbana, fatta di cartoni e materiali di riciclo che rispecchia l’idea di architettura mobile e di costruzione partecipata degli spazi abitativi concepita a partire dagli anni Cinquanta da Friedman.
Nella stessa stanza - una delle più coese dell’intera mostra - convivono i disegni di Marjetica Potrc, che tanto deve alle visioni utopiche del grande architetto ungherese e che declinano la sua filosofia di costruzione dal basso a partire dalle architetture spontanee dei paesi balcanici, da quelle a ridotto impatto ambientale delle regioni amazzoniche o proponendo soluzioni eco-compatibili per la ricostruzione di New Orleans; i quadri di Simone Berti, una serie di nature morte in cui l’elemento organico-floreale si trasfigura in architettura e l’elemento architettonico si ramifica organicamente; i Drawing Poems dell’artista egiziana Susan Hefuna, che stratifica carte da lucido disegnate con punti, linee elementari e lettere fino a creare architetture reticolari fantastiche; le addizioni architettoniche di Carsten Höller, moltiplicazioni del suo progetto di toboga spiraliformi da costruire su architetture esistenti, che si concretizzano temporaneamente in uno spazio curvo di polistirolo (Swinging Curve, 2009); il video di Héctor Zamora con il suo Sciame di dirigibili che invade Venezia e l’installazione di cartoline di Alexandra Mir, VENEZIA (all places contain all others), da prendere liberamente e spedire, in cui la scritta Venezia viene accostata a paesaggi spiazzanti, dalle alpi innevate, ai fiordi del nord, alle spiagge caraibiche alle città tentacolari, creando un cortocircuito di rimandi globali.
Se è vero che i mondi da fare non sono soltanto a venire, Fare mondi significa non solo proporre visioni per il futuro, come nei disegni fantastici del russo Pavel Pepperstein, ma anche guardare ad artisti seminali come Gordon Matta-Clark, presente in mostra con una serie di disegni di architetture arboree e con il video della famosa performance Tree Dance (1971), o abbandonarsi nella palude della memoria di Lara Favaretto, che in Momentary Momument (Swamp) realizzato nel Giardino delle Vergini crea un paesaggio acquatico in cui si condensa la laguna, rivelandone aspetti nascosti, presagi di un passato destinato a ritornare.