Libano: alle elezioni trionfa la pace

Libano: alle elezioni trionfa la pace

Vince la coalizione guidata dal filo occidentale Saad Hariri. Conquista 71 seggi, gli Hezbollah se ne aggiudicano 57. Beirut, le donne, i giovani, le speranze. Una città che sembra un cantiere. Il reportage di La...

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Beirut - Martedi 9 giugno 2009

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Sembrerà luogo comune, ma la prima cosa che mi viene da raccontare sul Libano è un episodio di apartheid sessuale. Sembrerà luogo comune, perché ogni volta che si parla di Medio Oriente, o di paesi con forte presenza musulmana, si parla delle donne. Eppure la prima cosa che mi è capitata, dopo essere atterrata a Beirut, riguarda proprio loro, le femmine. Le donne e il loro universo sono la chiave interpretativa che più colpisce, che mette in evidenza le differenze in maniera eclatante.

Arriviamo al campus universitario Rafik Hariri, dove siamo ospiti, in piena notte. Sono con il mio compagno, Cesare, che è stato invitato, come docente, al meeting internazionale delle Accademie del Mediterraneo. L’appartamento che ci ospiterà sarà pronto per accoglierci l’indomani. Dopo un’ora di empasse - non capiamo una parola di quello che si dicono tra loro - la gentile signora bionda alla reception trova finalmente la stanza per me: nella palazzina dove dormono le studentesse c’è un posto libero. Ci separano, io vado da una parte e Cesare da un'altra. Ci salutiamo dubbiosi.

Nel varcare il cancello, sei poliziotti impettiti incutono timore. Chiedo alla signora che mi sta accompagnando se ci sono tanti ladri, problemi politici o pericolo di rappresaglie. «No, non si preoccupi, è tutto tranquillo, i poliziotti impediscono solo ai maschi di entrare nella palazzina delle femmine. Altrimenti i genitori non le fanno studiare». Poliziotti maschi che sorvegliano la verginità delle studentesse, sembra un paradosso. Poco male, l’importante è che le donne studino, così imparano a sorvegliarsi da sole.

Arrivo nella mia stanza, sono ormai le quattro del mattino. Mi metto a letto e sto per spegnere il cellulare. Mi arriva un messaggio da Cesare: «Non riescono a trovarmi una stanza». «Da me ci sono due letti, ma tu non puoi entrare qui», rispondo, pensando alla security che se lo porta via in manette. Dopo un po’ sento bussare alla porta. È lui, accompagnato da un custode, camminano in punta di piedi, sembrano due clandestini a bordo di una nave. «Non mi devo far vedere da nessuno», mi sussurra Cesare. Finalmente si dorme.

La mattina dopo mi affaccio alla finestra, Cesare si nasconde in bagno. Osservo le ragazze camminare nel cortile. Alcune portano il velo colorato sulla testa, con provocanti magliette e jeans attillati, altre, poche, sono coperte da capo a piedi e vestite di nero, solo la faccia e le mani vedono la luce del sole. Pochissime con la faccia coperta, scoprirò poi che sono druse. La maggioranza hanno i riccioli neri al vento. Tiro un sospiro i sollievo.

La prima sera usciamo tutti assieme, una cinquantina tra studenti e professori invitati al meeting delle Accademie del Mediterraneo e finiamo in un bel locale sul mare. Di fronte a noi due studentesse giordane. Una delle due indossa il velo, fuma una sigaretta dietro l’altra, è simpatica, aperta, disinvolta. La sua amica ordina un narghilè e una birra. Cominciamo a chiacchierare e chiedo loro timidamente se le posso fotografare, sono belle e hanno sguardi intensi. Nessun problema, sono contente. Si mettono in posa, fumando il narghilè.

Poi si alzano e vanno a ballare. In un battibaleno la pista si riempie di giovani, donne e uomini che danzano insieme, tenendosi per mano. Movimenti sensuali, muoversi di anche, duetti ed esibizioni. Agli altri tavoli famiglie, donne velate con mariti, fratelli, figli. Su tutti campeggia la foto di Rafik Hariri, il presidente ucciso nel 2005, padre di Saad Hariri, a capo dell’Alleanza 15 marzo che ha vinto le elezioni dello scorso fine settimana (7 giugno 2009).

Il giorno dopo vado alla ricerca di un internet point. Incontro Hussein, un giovane uomo della security. Si presenta, gli porgo la mano. Mi porge il gomito. Ci rimango male, proprio male. Ho sbagliato qualcosa, alcuni musulmani praticanti non possono neanche toccare la mano delle donne. Accidenti, ho fatto la mia, ci sono cascata, la forza dell’abitudine, eppure lo sapevo. Mi racconta che nel 2005 gli israeliani, durante il primo giorno di guerra, hanno lasciato cadere dagli aerei un volantino che ordinava lo sgombero immediato del campus, altrimenti avrebbero bombardato. Lo guardo negli occhi – questo gesto non pare intimidirlo – mentre penso a tutti questi studenti che convivono con la minaccia incombente di un attacco aereo. «Non hai paura di morire?» - gli chiedo - «No, questo è il mio paese. Se devo morire, mi consola pensare che morirò qui». Ha vent’otto anni.

Al vernissage della mostra finale, che chiude il meeting delle Accademie, mi avvicina una studentessa: «Peccato che io non possa venire con voi alla cena. Non sono stata invitata. Vorrei conoscervi meglio, voglio venire a vivere in Italia, per proseguire i miei studi». È cristiana: «Gli studenti arabi, che se lo possono permettere, preferiscono andare all’Università di Dubai». Chiacchiera a lungo, mi parla dell’Università e dei suoi malanni, dei professori raccomandati che non ci sono mai a lezione. «Tanto tu te ne vai, parti presto, non vivi qui. Ti voglio fare una confidenza – mi guarda con gli occhi neri spalancati – ma non so se fidarmi». Tace. Le dico che può fidarsi. «Sono gay, la mia fidanzata è italiana, vive a Trieste. L'ho conosciuta in chat, per questo voglio venire in Italia. Se qui lo scoprono per me è finita». Medito sui prodigi di internet e su questa giovane donna che ha trovato nel web la sua strada tortuosa verso l’amore e la libertà.

Il Libano era un paese florido, la Parigi del Medio Oriente, poi ha subito tante aggressioni da parte di Israele e una lunga guerra civile tra cristiani maroniti e musulmani. Beirut è un cantiere, ricorda un po’ Berlino dopo il crollo del muro, i costruttori sono in preda alla frenesia, gru ovunque che tentano di tirar su palazzi e grattacieli, con la speranza che nessun aereo gravido di bombe spunti di all’orizzonte. I cristiani maroniti convivono con difficoltà con i musulmani, anche tra le diverse fazioni musulmane regna la diffidenza.

Il centro di Beirut è stato ricostruito, sembra un outlet con i negozi degli stilisti, da Armani a Dolce&Gabbana, le vetrine illuminate, prezzi esorbitanti. Era stato raso al suolo e ora è di nuovo in piedi. Finto e vuoto. Nessuno pare abitarci. Di turisti neanche l’ombra, scelgono mete più rassicuranti. E l’esercito sorveglia le merci.

Intorno tante macerie. Mi sfilano davanti agli occhi tante grandi città, da Pechino, dove hanno abbattuto quartieri storici per far spazio ai grattacieli, a Bogotà, con le favelas più pericolose del mondo, dall’Avana al Cairo. Nessuna è distrutta come Beirut, nessuna fa percepire così a fondo la furia degli esseri umani.

Non è una città frenetica, però si percepisce ancora il rumore del fischio delle pallottole e dell’esplosione delle bombe. Sono gli edifici sgretolati che rimandano ad una città in stato d’assedio. L’Holiday Inn è uno spettro che svetta ben visibile nello skyline, le stanze senza infissi, l’intonaco ingoiato dalle esplosioni. L’insegna Holiday ricorda un tempo che non tornerà più. Non si riescono a distinguere i palazzi devastati da quelli in costruzione, le stesse cavità vuote senza finestre, edifici che sembrano teschi.

I libanesi sono i guidatori più eccellenti del pianeta, gli incroci non hanno semafori, eppure è raro che si formino degli ingorghi. Anche nelle ore di punta è difficile rimanere inchiodati. Sembra un miracolo, eppure si muovono. Tante le auto nuove di zecca, molte le utilitarie appena sfornate. Ma se una macchina è scassata, lo è sul serio. La gente cammina tranquilla per le strade, l’esercito è ovunque, soldati, mitra e carri armati. Come se i mille conflitti potessero riaccendersi da un momento all’altro: l’esercito israeliano sempre in agguato sul confine, troppi i quindici anni di guerra civile. Sabra e Chatila, i due quartieri palestinesi, dove i cristiani maroniti hanno sterminato i civili inermi, sono lì a testimoniarlo.

La moschea centrale è tutta nuova, sembra una torta di compleanno. Cerchiamo di entrare. Bloccano me e Cristina, studentessa italiana dell’Accademia di Belle Arti di Genova, invitata al meeting. «Le donne devono accedere sul retro», spiega la guardia con sguardo severo.
Lasciamo i maschi e ci incamminiamo. All’entrata ci fanno indossare l’abaya, il lungo vestito nero delle donne arabe che copre anche il capo. Cristina si guarda nello specchio dell’ascensore: «Sembro la morte», mi dice sconsolata. A me sembra più un pulcino smarrito.

Raggiungiamo il matroneo, un piccolo spazio al primo piano, con una balconata che si affaccia sull’immenso interno della moschea, il regno degli uomini. Una donna piange disperata, altre si stanno inginocchiando alla Mecca. Scappiamo presto. Vicino alla moschea, il sacrario di Rafik Hariri, la sua tomba sotto un grande tendone, fiori e immagini di un uomo simbolo della pace e delle tante guerre. Un luogo strano, che incute soggezione e timore.

Non ho incontrato nessuno che parlasse male di una comunità alla quale non appartiene, i libanesi sembrano persone pacifiche. Viene da chiedersi perché allora tutta questa inutile violenza, questo inferno senza fine. Beirut appare una città sicura, si può girare per le strade buie la sera senza grandi patemi d’animo. E poi la cosa più stupefacente è che nessuno ti molesta, nessuno insiste per farti comprare della merce: da Marrakesh a New York, da Parigi a Venezia, se si passa davanti a un ristorante o a un locale nelle zone calde della città, i camerieri ti invitano a entrare. In Libano non succede, ti fanno solo dei timidi cenni, a Beirut, come a Tripoli o a Byblos. Nessuno ti importuna cercando di vendere qualcosa, neanche nei suq. Non ti rivolgono parola neanche se entri nei loro negozi. Una discrezione svedese, britannica o genovese. Solo i taxisti suonano continuamente il clacson, invitandoti a salire.

Erano tante le preoccupazioni per le elezioni di questo fine settimana, in tanti paventavano potesse succedere qualcosa e invece tutto si è svolto nella massima tranquillità.
La cura Obama (Barack Hussein) forse sta facendo bene anche al Medio Oriente. Staremo a vedere.

Approfondisci

(Adnkronos/Dpa) - L'Alleanza 14 marzo, guidata dal filo occidentale Saad Hariri, ha vinto le elezioni del 7 giugno 2009 in Libano, conquistando 71 dei 128 seggi del parlamento di Beirut. All'opposizione guidata dal partito sciita filo iraniano Hezbollah sono andati 57 seggi. Sono questi i risultati definitivi del voto, forniti dal ministro degli Interni Ziad Baroud.
L'affluenza alle urne, in un voto considerato cruciale per il futuro del paese, è stata del 55%, in crescita rispetto al 45,8% delle consultazioni del 2005. «Queste elezioni non hanno vincitori o sconfitti, perché l'unico vincitore, la democrazia, il più grande vincitore il Libano», aveva commentato Saad Hariri, dopo la diffusione dei primi dati sulla sua vittoria elettorale.

(Adnkronos/Aki) - «È la nostra sincera speranza che il prossimo governo continui lungo la strada verso la costruzione di un Libano sovrano, indipendente e stabile». Lo ha affermato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, all'Indomani delle elezioni legislative libanesi che hanno sancito la vittoria dell'alleanza delle Forze del 14 Marzo, sostenuta da Stati Uniti e Arabia Saudita. «Dovete mantenere il potere con il consenso, non con la forza», si legge in un comunicato di Obama, in cui si ribadisce il sostegno di Washington a un «Libano indipendente e sovrano, impegnato per la pace, compresa la piena attuazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

Laura Guglielmi

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