Alla mattina guardavo su. Verso la montagna. Era la terza volta che ci provavo. A salirla. Quella porca. Mi aveva sempre respinto. L'ultima volta ero arrivato ad un pelo. Poi quella tormenta piena di aghi di ghiaccio. Il freddo. Questa volta avevo studiato un programma. Ero più solido. Anche dentro di me. Qualche giorno prima avevo fatto l'amore con Emma. Una di quelle cose che ti fanno capire quanto sei pronto. Un'esplosione di vita, un sentimento liquido come lava. Non stavo più nella pelle. Dovevo partire. Fare quella montagna. Ora che Emma ce l'avevo nel sangue. Avevo preparato uno zaino multistrato, ed anche le previsioni erano favorevoli.
Emma l'avevo sentita prima di partire con l'auto. Tutto bene. Sempre più innamorata. Sempre più sessuale l'idea di fare la montagna, scalarla. Poi tornare a casa e, alla sera dopo, prendere Emma.
La mia rivincita. La mia vittoria sul freddo, sul ghiaccio, sulla vita che mi aveva bruciato anche certi fantasmi di speranza. La montagna è stata mia. In cima un sole che bruciava le nubi. Un azzurro metallico, senza scampo. Ho visto tutto da là. Uomini, galline, bambini, fazzoletti di lino bianco stesi al vento. Quando ero partito dall'attacco, l'avevo chiamata ancora una volta.
Non mi ha detto niente di più. Niente di meno. Non mi ha detto che, su quella montagna, lei c'era già stata tre volte. Un record imbattuto, anche dagli uomini.
Così l'ho chiamata dalla vetta. Il cellulare prendeva. Le sue fotografie stavano là, nel giornale di vetta. Non ha risposto. Non mi rispondeva. Sono sceso. Quando ho lanciato la seconda corda doppia nel vuoto, ho capito subito che il buio sarebbe arrivato. Quando ho visto Emma tranciare la corda con uno di quei colpi di reni da letto, ho sentito la fine. Nitida, bastarda.
Ho capito che non avevo preso nulla. Mi avevano preso. Loro.