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Viaggio in Senegal: la terza puntata

 
La prima notte a GuyBara. L'incontro con donne bellissime, le foto ad alberi dalle forme gotiche. Il sorriso dei bimbi, che resta nel cuore. Di Giorgio Boratto, dalla community
 
   

     
Senegal, 11 maggio 2009
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di Giorgio Boratto
   
donna Senegal
© foto: www.cocis.it
 
Viaggio in Senegal: leggi anche su mentelocale.it

- «Vado in Senegal a trovare un'amica di Facebook»
- «Senegal, sto arrivando»

Nella prima notte a GuyBara vengo svegliato da un lamento. Scoprirò al risveglio che si trattava della prima preghiera della vicina moschea: la preghiera in arabo del muezlin, che invita a ringraziare Allah, si svolge alle ore 4.45; ne seguiranno altre quattro, da recitare lungo tutta la giornata.
Il Senegal è per il 95% di religione musulmana. Sulla strada incontreremo molte moschee, però non si avverte nessun segnale di fondamentalismo religioso e le donne danno l'impressione di essere molto libere. Le donne senegalesi, oltre ad essere belle, sono profumate ed eleganti; non portano il velo islamico, il chador, indossano invece volentieri parrucche con pettinature di foggia occidentale. In qualunque piccolo villaggio che si incontri sulla strada, non si mancherà di osservare donne che indossano i loro eleganti vestiti colorati; anche nell'eseguire le faccende più umili, queste donne sanno muoversi con grazia e sorridono: sono l'emblema di un popolo che non ama la violenza. Il Senegal è considerato una delle nazioni più tranquille del continente africano. Purtroppo, lungo le poche strade spesso piene di buche, si trovano cumuli di spazzatura: sacchetti di plastica azzurri e neri invadono campi spogli di terra rossastra. Una costante lungo le strade è vedere case lasciate a metà della loro costruzione; manca di tetto, e i muretti di recinzione del lotto edificabile sono appena accennati. Si comprende che costruire quelle case - se mai verranno costruite - è un lavoro nel tempo: un tempo dilatato dalla ricerca dei soldi che possono arrivare solo da attività ridotte come i salari percepiti, oppure da rimesse di emigrati.

Tra muri di mattoni grigio cemento, terra rossa, siepi, termitai giganti e piccoli baracchini per la vendita di frutta, ecco che appaiono frequentemente i baobab: alberi imponenti che segnano il paesaggio in modo specifico. Questi alberi, pur comunicando grandezza e rispetto, hanno qualcosa di inquietante: hanno forme gotiche e sembrano essere rovesciati, con le radici rivolte verso l'alto. Per il loro aspetto scenografico non si può fare a meno di fotografarli. Per lo meno io sento questo bisogno mentre Anna, mia moglie, vi si avvicina in religioso silenzio.

Tra gli incontri che più affascinano e insieme costituiscono la caratteristica del Senegal, come i paesi di tutta l'Africa, sono i bambini: sono visi dagli occhi indagatori e sorridenti che vanno diritti al cuore; sono bambini depositari di una origine e di una innocenza che non troviamo più, lontano da questi luoghi. Il sogno, l'idea di felicità, quella molla che fa dell'uomo un essere immortale, la troviamo in bambini neri dagli occhi splendenti. La troviamo qui tra donne e baobab.

 
 
 
 
 
 
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