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Spettacoli
 

La dittatura degli incassi

 
'Katyn' racconta un fatto di storia importante e poco noto. Ed č firmato da un grande maestro. Ma qui da noi non l'ha visto nessuno. Dalla nostra community
 
   

     
8 maggio 2009
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di Marco Fagnocchi
   
'Katyn'

Se avete sentito parlare di questo film sarete incappati nella parola censura. Sì, perché Katyn è stato bandito, reso invisibile, clandestino. La stampa nostrana ne ha fatto un caso. Correttamente? Solo in parte. Avvenire ha suggerito i soliti rigurgiti comunisti, Libero per rendere tutto più caotico ha sibilato che la sparizione dalle sale fosse un favore fatto dal nostro governo all'impareggiabile Putin. Il Corsera ha ospitato un intervista a Waida che si diceva amareggiato dell'esito della pellicola. Tutto un intricato complotto ai danni di un film che narra la strage da parte dell'armata rossa ai danni del popolo polacco (22 mila morti, uccisi tra il 3 aprile e il 19 maggio 1940)?

Sarebbe bello se il cinema avesse questo potere. Se fosse ancora un arma rivoluzionaria perché dice cose che nessuno mostra. Perché prova ad essere attendibile in una realtà mediatica fatta di opinioni, inganni, raggiri. Mezze verità. Anche in questo caso però i conti tornano solo in parte. Il complotto comunista si dissolve, ricordando come un film quale Redacted di De Palma, vincitore del Leone d'Argento a Venezia '07, abbia raggiunto il pubblico solo attraverso l'home video. In quel caso i pericolosi comunisti italiani si erano scordati di intervenire per supportare un film antibellico che apriva un'ulteriore falla nell'interventismo americano?

Ma basterebbe chiedere a questi scrupolosi giornalisti, se siano riusciti a vedere Il matrimonio di mia sorella di Noah Baumbach in qualche sala italiana, per capire che forse si è stati un po' troppo precipitosi nell'urlare al golpe (cinematografico). Anche questo film, interpretato niente meno che dalla Kidman (sì, proprio Nicole), non ha trovato in Italia nessun distributore pronto a spendere l'ombra di un euro per proporlo nelle sale. È giusto parlare di censura quindi, ma servirebbe aggiustare leggermente la mira. Oltre a possibili cause politiche ed ideologiche, ciò che conta davvero in Italia (e non solo) è il guadagno potenziale. Se si preannunciano ingenti incassi, lunga vita al film, altrimenti il dimenticatoio è a portata di mano. Si dovrebbe parlare forse di censura da biglietto (quelli che non verrebbero strappati). E il cinema di guerra (insieme al western) è il genere che più di altri ha risentito di questa legge (ricordo, a titolo di esempio, anche The Hurt Locker della Bigelow, che uscito ad ottobre ha incassato poco più di 110 mila euro ed è scomparso velocemente).

Per questo, e non solo, vale la pena recuperare Katyn. Film bello e misuratissimo. L'opera di un grandissimo maestro polacco che restituisce agli occhi uno scenario desolante e tristemente poco noto. Si muore velocemente. Un colpo sparato alla nuca, senza motivo, senza l'ombra di un'imputazione. Personaggi con cui non si fa a tempo ad entrare in contatto. Sono già per terra e già ci siamo scordati il loro nome. Ammassati nelle fosse comuni, ricoperti di terra, privati di ogni dignità. Così ci viene mostrata questa strage che la Russia ha lungamente mascherato addossando la colpa ai nazisti.
Wayda va fino in fondo regalando almeno due sequenze memorabili. Quella iniziale che a posteriori richiama il teatrino mediatico che si è prodotto sul film. Tutti scappano. Da una parte i comunisti, da una parte i nazisti. I polacchi in mezzo, affannati e spaesati. Non sanno dove andare e a chi credere. Quella finale. Fatta di silenzio e polvere da sparo, in cui la condanna a morte di migliaia di persone viene raccontata con una forza che leva il respiro. Senza un filo di retorica nè pietà. Lunga vita a (questo) cinema.

 
 
 
 
 
 
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