Prima di partire dall'India, gli ultimi saluti sono stati per le due donne che, una lungo la stradina che porta alla spiaggia e l’altra sulla spiaggia, vendono frutta. Da loro negli anni ho acquistato banane e ananas, ma soprattutto mi hanno fatto assaggiare frutti sconosciuti e così poveri che non hanno neanche un posto sui banchi dei mercati. Quest’anno ho assaggiato il kumbu: non ero mai stata in India nel mese di marzo, e questo era fino a pochi giorni fa un gusto sconosciuto al mio palato. Si tratta di un frutto che nella forma assomiglia ad un'oliva, di colore viola acceso e con un gusto tra l’uva e la prugna, un po’ asprigno.
Goa è una parte dell'India assolutamente non indiana. Non ci sarebbero stati motivi di eleggerla punto di riferimento dei miei viaggi in India se non avessi conosciuto, la prima volta che ci sono stata – nel ’90 – Belinda e Jerry, una coppia indo-portoghese che mi aveva ospitato in una deliziosa stanza della loro casa in stile portoghese. È nata una simpatia, poi una sorta di amicizia e poi ancora affetto. Negli anni hanno costruito due spartane casette, che affittano ai turisti per un cifra modica. Il posto è tranquillo e immerso nel verde, vicino al mare.
Erano molto piacevoli queste soste dopo aver girovagato per gli stati intorno per un paio di mesi. Era, ed è, un po’ come ritornare a casa, ritrovare gli amici. Ecco perché il primo progetto de Le piccole cose nasce a Goa.
Il viaggio che da casa ci porta all’aereporto di Dabolim dura circa un’ora, tra risaie e palmizi, banani e manghi, la terra rossa e bruciata dal sole che aspetta le prossime piogge per tornare a germogliare tra settembre e ottobre.
Il paesaggio scorre via veloce, e oltre ai bagagli mi tiro dietro anche un bel carico di tristezza. Credo che per Giampiero sia lo stesso: non ci scambiamo una parola, ogni tanto ci guardiamo con la coda dell’occhio, poi guardiamo fuori dal finestrino con il nodo alla gola.
Poi l’aereoporto, il check-in, l’imbarco… sul volo per Mumbai di botto riaffiorano tutte le faccette di Hamara School, ritornano nitidissime le ore passate con loro, le maestre, i giochi, gli esercizi in inglese su she e he, i discorsi, i progetti, le possibilità.
Il volo dura poco meno di un’ora. Ci propinano bibite e caffè, che non ci distraggono da quella che era tristezza e che si è già trasformata in nostalgia.
A Mumbai aspettiamo, abbronzati ma già un poco incupiti, le cinque del mattino per il volo per Istanbul, durante il quale dormirò tutto il tempo. Non ho nessuna voglia di rientrare e, come tutte le altre volte – ma questa volta ancora con più intensità – mi domando: ma perché sto tornando? E, come tutte le altre volte (per darmi coraggio?), mi rispondo che non è ancora il momento.
La sosta a Istanbul non è incoraggiante: fa freddo e il cielo è carico di nuvoloni. Usciamo dall’aereoporto per prendere una boccata d’aria non condizionata. Morfeo mi vuole bene e mi accoglie tra le sue braccia anche nel tragitto Istanbul–Milano.
A Milano è piacevole trovare Giovanni, il nostro amico Pasca, ad aspettarci con sua figlia Micol. Ora siamo veramente in Italia. Tristezza e nostalgia rimangono - per me sono la tristezza e la nostalgia che accumulo di viaggio in viaggio e di anno in anno - ma raccontando le prime cose a Pasca cominciano a muoversi le idee per concretizzare forse nuovi progetti: siamo nuovamente in Italia e con tante cose da fare.
Durante il soggiorno indiano ci siamo volutamente limitati a pubblicare un diario un po’ scarno sul nostro operato, perché in quei giorni le emozioni erano vissute in pieno e cariche di quell’entusiasmo e partecipazione derivanti dall’essere sul campo.
Adesso, quindi, a mente più fredda e speriamo più lucida, riportiamo le considerazioni e i progetti che intendiamo prendere in considerazione e realizzare.
Cominciando dai progetti con Hamara School, pensiamo con particolare affetto a Wor(l)ds in Progress, il dizionario figurato trilingue: il nostro primo progetto, volutamente molto semplice, è stato pensato nel 2007 e ci permetterà da un lato di dialogare con gli insegnati e di conoscere e comprendere le loro aspettative, dall’altro di entrare in contatto in maniera soft e giocosa con i bambini.
Mentre noi lavoravamo con le scuole italiane, in India stavano pensando al lavoro fatto insieme tanto da chiederci, cosa per noi assolutamente inaspettata, di preparare una verifica della conoscenza della lingua inglese.
Così, senza alcuna esperienza specifica (tranne che per Loredana, seppure in tutt’altro campo e con tutt’altri strumenti) abbiamo preparato degli esercizi ponendoci, anche questa volta, l’obiettivo di interagire con i bambini nel modo più giocoso possibile. Sinceramente nessuno di noi, prima di partire, avrebbe pensato che avremmo indovinato così bene la scelta e oggi ci fa piacere pensare alla soddisfazione delle maestre per i risultati ottenuti e alla gioiosa partecipazione dei bambini agli esercizi.
Così come pure soltanto adesso, parlandone tra di noi, ci rendiamo conto del successo dei giochi organizzati nel piccolo cortile della scuola. Anche il progetto Coloriamo il Mondo, fortemente voluto dai ragazzi di una scuola torinese, è andato bene: è stata questa un’occasione per giocare e per creare un ponte con i ragazzi italiani che hanno raccolto il materiale.
D’altra parte il messaggio di questo progetto era rivolto in primo luogo proprio agli alunni delle scuole italiane, che abbiamo voluto sensibilizzare e richiamare ad un uso più attento delle risorse di cui disponiamo.
Infine il progetto Tutti a Scuola. Come spieghiamo meglio nella parte del nostro sito www.lepiccolecose.org dedicata specificamente a questo progetto nato nel 2007, che prevede l'acquisto di un pulmino che può trasportare fino a 15 ragazzi. La consegna del pulmino è prevista per la fine del prossimo mese di giugno 2009.