'La filosofia come pratica sociale'

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Mercoledi 29 aprile 2009

«La filosofia è pratica sociale se vive nella polis e si nutre di un impegno civile; se assume l'agorà come metafora di uno spazio del pubblico in un ambiente sociale democratico».

Questa la frase di esordio presente nell'introduzione del testo di Antonio Cosentino 'Filosofia come pratica sociale'. Il libro arricchisce, senza dubbio, la collana sulle pratiche filosofiche edita dall'Apogeo e curata da Umberto Galimberti.
La arricchisce, sì, perché Antonio Cosentino è un filosofo a tutto tondo. Non improvvisa facendo man bassa della filosofia (come ormai purtroppo capita spesso con alcuni operatori di pratiche filosofiche, che si leggono tra loro, dimenticando di leggere la filosofia su cui poi scrivono), piuttosto spiega sin da subito come la filosofia-come-disciplina sia altra cosa rispetto alla filosofia-come-pratica. Eppure si tratta di due facce della stessa medaglia, anzi oserei dire che si spinge sino al punto da sostenere che la medaglia esiste sin tanto che le due facce permangono.
Platone, senza dubbio, trasferisce l'agorà socratica dal reale all'ideale, strappandone le radici dal fertile terreno dell'esistenza, anche se poi lo schiavo della caverna necessita di tornare indietro, necessita di socializzare la sua conoscenza. Una conoscenza non socializzata, infatti, dice Cosentino, rimane schiava di sé stessa, al contrario, invece, si propone come strumento di emancipazione. La filosofia, in tal senso, produce un affrancamento dalle catene proprio perché la sua dimensione pratica è azione; perché implica conseguenze trasformative di sé e del mondo; perché sa rinunciare a istituirsi come conoscenza; perché è basata su una pratica di pensiero riflessivo.

E la riflessione può andare in direzione filosofica se si sviluppa a partire dalla situazione problematica, dal próblema, la cui origine etimologica sfata il convincimento che si tratti semplicemente di puro ostacolo. Il verbo probàllein, infatti, nei Topici di Aristotele, come ebbe a ricordare Giorgio Colli, in un testo per nulla datato, 'La nascita della filosofia', significa «formulazione di una ricerca». Fa, dunque, riferimento, a quella domanda dialettica che dà avvio al dialogo. Lo stesso dialogo filosofico che Cosentino ci ricorda differire dalla conversazione, che mette in evidenza la dimensione troppo personalistica del parlare, o dalla discussione, basata sulla contrapposizione di opinioni diverse, o dalla chiacchiera, aggiungo, troppo frammentaria e distratta per essere presa in considerazione, rispetto al modo di procedere dialogico.
Il dialogo, riprendendo una metafora di Matthew Lipman, ricorda il camminare, perché tende in avanti e non è un semplice contrapporsi di stati: «ogni argomento […] spinge sé stesso oltre l’altro e […] l’altro oltre sé stesso». Un movimento orientato verso un prodotto, dunque, che non necessariamente deve essere misurabile in termini di risultati. Il dialogo, però, è filosofico quando il facilitatore è un filosofo che usa categorie filosofiche; che ricerca nuove cornici, senza mai chiudersi in alcuna; che non risponde alle domande, ma rilancia con altre domande; che si sveste dell’abito di esperto per divenire un consultante, anche lui, capace insieme con gli altri di meravigliarsi ogni volta.

Questo genere di pratica filosofica, d’altronde, non si può insegnare, non necessita di consulenti che rispondano in merito a quesiti di natura specialistica, ma di una comunità di ricerca che dialoga e che ogni volta fa un'esperienza unica e irripetibile. La comunità di ricerca presenta una natura contraddittoria, secondo Cosentino: «La comunità, a differenza di altre forme di raggruppamento sociale a base contrattuale, ha le ragioni della sua coesione nella condivisione di valori, di regole, di rapporti interpersonali e di obiettivi». La comunità fa appello più a ragioni di cuore, insomma, a differenza della ricerca, contraddistinta invece dalla razionalità e dall'impersonalità, dalla disciplina e dal rigore. Eppure, continua Cosentino, questa caratterizzazione bifronte, propria della comunità di ricerca, ha trovato vita, ha trovato tematizzazione peculiare e traduzione operativa nella Philosophy for Children, che «non vuole essere un metodo per insegnare filosofia ai bambini, ma la messa in scena nelle aule scolastiche, e non soltanto, del modello di filosofia come pratica».

La filosofia-come-pratica non genera dunque un movimento di problem solving, ma piuttosto di problem setting, di problematizzazione incessante, che mette in discussione, grazie alla presenza del filosofo, le nostre credenze e che rinnova l’incanto della domanda.

Giusy Randazzo

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