L'Albergo Daniel si trova a Parma, in via Gramsci 16. All'interno, diviso da un tramezzo, c'è il Ristorante Cocchi. Si tratta di due entità distinte con un'anima sola.
L'albergo ha tre stelle. Si tratta di uno degli ultimi alberghi in Italia a conduzione familiare. La stessa famiglia segue il Ristorante. Il criterio qual è, quindi. C'è una signora – la arzdora della situazione, Laura – che è attentissima alla pulizia nelle camere ed è la sorvegliante della genuinità dei prodotti in cucina. E c'è il marito in sala, Corrado, a garantire un servizio visibilmente prodigioso.
Si inizia al ristorante con culatello. Quello d'antan, dei tempi di Guareschi, per intenderci. Se volete un assaggio di dolcezza e di roseità, mangiatelo qui. Avrete una sensazione di familiarità immediata. Come un antidoto allo stress ed alla vita quotidiana. Subito dopo arrivano i tortelli di zucca, in un balletto armonico come cigni sull'acqua. Sapidi, leggeri, dolcissimi. La zucca diventa materia vibratile, merce viva da scambiare con il sangue ed il respiro. Vengono imbiancati con del parmigiano grattugiato fine, a mò di velo da sposa.
Poi, come un re informale ma autorevole, ed anzi veramente regale, arriva il carrello dei bolliti. Qui il patron del Cocchi, Corrado, un uomo di antica mano culinaria che fa venire in mente il Po quando scorre sotto i platani, sa far vivere dentro i piatti un incanto notturno.
La lingua viene servita con una salsa tutta particolare, personalizzata, e con sale grezzo a parte. Un'invidia di piatto anche perchè il bollito raggiunge una vetta di molto simile a quello del Piemonte. C'è forse dentro quello parmigiano una nota di vivacità in più, un'eco più marcata che sa di terra diversa. È meno formale, più autentico e più selvaggio di gusto. Possiede i connotati schietti da parmigiano che ride. Il gelato lo fanno loro.
Durante la manducazione un cameriere pugliese, abile quanto gentile, ti ha servito un lambrusco color vinaccia, scuro come il sangue di bue, e ribollente come lava. Un lambrusco che ricorda il mare color del vino di Sciascia, un momento cioè in cui perdi la dimensione fisica della terra. E vedi soltanto decine di urì in un paradiso morbido.
I vini e la carta. È molto ricca, varia, non si arrende alla comune scelta dei whisky ma spazia in una ricerca di annate e marche decisamente non comuni. Anche il dopo cena diviene quindi una carta geografica da scoprire nel mondo del malto.
Tenete presente che l'ambiente fa bene al cuore. Le camere dell'albergo sono molto pulite ed hanno l'inserimento di strumenti modernissimi e sfiziosi. Una luce direzionale per leggere, ad esempio. Goduria estetica ma anche elemento pratico da usare per i lettori notturni. I letti sono duri e morbidi. Non ci sono letti di risulta ma soltanto materiale di buona fattura.
Ecco perchè albergo e ristorante costituiscono un unico essere vivente. Sono accomunati da una sensibilità unitaria, quella per cui Guareschi e Parma si sono arresi al tempo, qui. La sensazione è quella di trovarsi dentro un' isola che ha resistito al tempo. Uno scrigno di bellezza e familiarità insensibile allo sviluppo ipertecnologico della nostra vita. Un momento di vita conviviale, lenta quindi, dentro una città che sa ancora far vedere – dietro un angolo – la persona anziché l'ombra futuristica dell'uomo. Più culatello, e meno virtualità. Ancora la vita di una volta con il comfort di oggi. Una bella storia familiare. Una storia di vita più lenta. Finalmente.