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25 aprile: il racconto di chi l'ha vissuto

 
Il ricordo di un frabosano che ha vissuto fra i partigiani. Un'idea per l'estate: ripercorrere quei luoghi con una camminata. Dalla community
 
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24 aprile 2009
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di Silvia Leoncini
   
trekking
© foto: www.bar25.it

Sabato 25 aprile segna la fine di un incubo per l'Italia, nessuna regione esclusa: non solo i soldati, ma anche i civili tiravano tutti un gran sospiro di sollievo, perché veniva marcato un confine netto tra l'essere salvi e il soccombere. Prima questo confine era un soffio.

Sentite questo racconto di un anziano del frabosano, leva 1925, quindi non soggetto a diventar soldato ma ugualmente finito dritto dritto in mezzo ad un mare di guai.
«La situazione era pericolosa per noi giovani a causa dei rastrellamenti, e si cercava di stare nascosti o di andare coi partigiani, perché i nemici potevano portarti via lo stesso, anche se eri un civile, credendo che fossi un imboscato senza documenti.
Sceso da Fontane, dove ero stato per un po' coi partigiani, mi nascosi in casa, ma un giorno i tedeschi mi trovarono fuori, all'Alma, durante un rastrellamento e mi presero con altri: ci portarono alla caserma di Ceva invece di fucilarci sul posto, perché non avevamo armi addosso.
Tra i repubblichini che li affiancavano c'era un dirigente Enel, fascista, che però ci diede una mano intercedendo per noi: se ci fossimo arruolati nella Polizia di Stato saremmo stati salvi, altrimenti si profilava il campo in Germania, o peggio.
Era la primavera del '44: accettammo, e così potevamo girare liberi per la caserma.
Questo per poco non mi costò la vita: la mattina dopo alle 10 scesi a cercare un pezzo di pane, perché da due giorni non ci davano cibo, e mi trovai in cortile, di fronte ad un plotone di esecuzione, giusto accanto a otto partigiani in fila!
Pensai: «Censo, sei fregato!»; stavo per finire fucilato coi partigiani di Valcasotto!
Per fortuna un tedesco contò fino a otto; poi contò nove con me, si avvicinò, mi prese per un braccio e mi sospinse verso le scale, mentre mi urlava: «Raus!»
Salvo per un soffio!
Il giorno dopo partimmo per Cuneo, dove al Distaccamento Polizia di Stato destinarono alcuni a Mondovi, altri a Saluzzo: a me toccò Tenda, che era ancora italiana, e ci rimasi agli ordini del Tenente Di Leo e del sottotenente Tredici fino allo sbarco in Normandia (6 giugno 1944);
quel giorno si formò un pulman e i comandanti dissero: «domani si va a Cuneo; chi vuole viene e gli altri… vadano dove vogliono, noi non li abbiamo visti!».
Io e gli altri otto frabosani, alle 4 del mattino, ci mettemmo in marcia, con un solo fucile, per raggiungere da Tenda il Passo delle Saline, e di lì casa nostra, a Frabosa
».

C'era davvero solo un soffio a far da confine tra la vita e la morte.
Ma la montagna, matrigna sì (a volte), ma anche madre, ha salvato spesso vite come questa, ed anche per questo va rispettata.
Ad inizio estate, salite sulla Cima delle Saline, dalla Val Ellero, facendo tappa al Rifugio Mondovì, oppure arrampicatevi sul vicino Marguareis, a picco sul Garelli: dalla vetta, nelle belle giornate, si vedono a occhio nudo il Redentore di Monesi e la mulattiera che dal paesino ligure porta a Limone.
Dormendo al Garelli si può fare trekking in quota dalle Vallate Monregalesi a Tenda.
Tutte le nostre montagne sono lì, a portata di piede, per offrirci la loro bellezza e un po' di relax lontano da computer, code in auto e squilli di cellulare.

 
 
 
 
 
 
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