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Spettacoli

Che Guevara: una riflessione sul mito

 
Il film di Steven Soderbergh tenta di rappresentare un'icona dei nostri tempi con un approccio a metà strada tra realismo e action movie. Dalla community
 
   

     
22 aprile 2009
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di Marco Fagnocchi
   
Benicio Del Toro
Benicio Del Toro

Prima parte della grande opera soderberghiana: L'argentino. Ernesto Che Guevara era soprattutto uno straniero. Un uomo venuto da lontano per destituire l'ordine imposto. L'outsider torna spesso nella filmografia di Sodergbergh: L'inglese, Out of sight e la stessa serie di Ocean vedono figure ai margini che destabilizzano un ordine prefissato (quasi sempre per vendicarsi: di un padre, di un marito-bandito, ...). Qui è lo stesso Che a sentirsi fuori posto: pochi attimi di paura, poi il combattente prenderà il sopravvento. Il resto è pura messa in scena. Un uomo che è diventato un'icona (ovvero una funzione del marketing) non può che essere riscattato raccontando tutto (e solo) ciò che concerne quella icona, come se fosse a due dimensioni. Ed ecco che il Che di Soderbergh diventa allora parola e azione. Non ci sono profondità da scavare, non c'è una mente da sondare. Tutto ciò che precede il gesto e il verbo del combattente ci è nascosto. Per questo Benicio Del Toro è spesso ripreso in campo lungo, e per questo, altrettanto spesso, il regista non lo mette al centro del quadro, ma defilato, oppure si concentra su dettagli della sua posa o del suo abbigliamento.

Ci vengono insomma raccontate le parti visibili del Che, il suo essere nel mondo. Soderbergh non lo svende come ad un mercato. E soprattutto non lo mitizza (a differenza di quanto sostenuto da alcuni). Raramente lo vediamo ripreso dal basso verso l'alto, tipica soluzione cinematografica per far sentire il peso di un personaggio, per costruirvi attorno un aurea messianica. Il Che è lì davanti a noi, ma sempre distante, mai di nessuno, ribelle, decisamente, appunto, un outsider. Non c'è immedesimazione, e dunque non riusciamo a calzarlo come si fa con le magliette con su il suo volto. Anche i punti più didascalici sembrano così giustificati.

È anche vero che si sente a tratti la mancanza, al di là della scintillante superficie, di alcune sottotrame. La più evidente lacuna riguarda il rapporto uomo-natura, che è solo abbozzato. Non si può fare un processo alle intenzioni (ogni autore racconta ciò che vuole) ma se pensiamo a cosa ne avrebbe fatto un autore come Malick (a cui tra l'altro il progetto era stato proposto) ci rendiamo conto che qualcosa è andato perso. Bisognerà attendere l'uscita del secondo capitolo per tracciare un quadro più esatto (o meno approssimativo). Resta intanto l'impressione di un biopic inatteso, storicamente lacunoso (ma il cinema non dà lezioni di Storia: ne costruisce altre) ma che va visto e ripensato a prescindere da affezioni e insofferenze ideologiche.

 
 
 
 
 
 
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