Un caffè con Gianni De Felice. Io, redattore di mentelocale.it alle prime armi. Lui, con alle spalle un'esperienza giornalistica da far rabbrividire: nel suo curriculum, per dire, ci sono il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport (di cui è stato condirettore), nonché i ruoli di docente di giornalismo e di consigliere dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti.
Ci diamo del tu e iniziamo a parlare. È un po' come una chiacchierata tra amici e il primo argomento che tocchiamo è quello che in fondo ci accomuna, il giornalismo.
Soprattutto negli ultimi anni il modo di fare informazione si è trasformato radicalmente (e noi, a mentelocale, ne sappiamo qualcosa). Internet e le nuove tecnologie soppianteranno la carta stampata? Una domanda su cui da qualche tempo si stanno scervellando fior fior di esperti. De Felice ha una sua opinione: «negli anni '20 avvisarono Hearst (famoso editore statunitense, considerato l'inventore del giornale come prodotto a larga diffusione, NdR) che stava arrivando la radio, e lui rispose: "Con la radio si incartano le patate?"».
La sua risposta è dunque chiara, la carta stampata sopravviverà, come è già accaduto nella concorrenziale lotta con altri media, televisione in primis: «al limite i giornali torneranno ad essere un prodotto di élite, come una volta».
E il ruolo del giornalista si è trasformato? «La professione è rimasta la stessa, cambia solo il mezzo. L'importante è che le notizie siano interessanti e riferite in maniera onesta». In fondo, prosegue, «ci saranno sempre persone desiderose di sapere quello che è successo, e altre che vorranno raccontarlo».
A questo punto gli chiedo un consiglio per chi oggi voglia iniziare questo mestiere. Lui mi risponde con uno spaccato di vita. «Io ho iniziato a lavorare appena maggiorenne e la mia prima esperienza sono stati sei anni di abusivato: scrivevo racconti gialli, testi per i fotoromanzi, occasionalmente rispondevo pure alla posta del cuore. E poi producevo pezzi da falso inviato». Tipo? «Per il Corriere di Napoli ho scritto un articolo sul matrimonio tra Grace Kelly e il Principe Ranieri di Monaco».
Morale della favola? «Quegli anni sono stati i sei anni meglio investiti della mia vita. Ai ragazzi di oggi che si sentono sfruttati allora dico: "fatevi un po' di mazzo"».
Dopo quei sei anni, la svolta. Nel 1961 De Felice è assunto al Corriere della Sera. La sua indole è quella del giornalista d'inchiesta. Gli piace andare oltre ai fatti, scavare sotto la superficie, vince anche il prestigioso Premio Saint Vincent per un'inchiesta sulla Germania dell'Est. Anche lo sport, che a breve sarebbe diventato parte integrante della sua vita, non lo considera solo come fatto tecnico, «ma anche sociale ed economico».
Negli anni '70 entra alla Gazzetta dello Sport e ne diviene condirettore insieme a Gino Palumbo: sono gli anni in cui la Gazzetta diventa il quotidiano più letto d'Italia: «tanta ricerca, approfondimenti e una squadra di penne buone» sono alla base di un rinnovamento epocale per la testata. Ma il lavoro è troppo «massacrante» per uno che di mestiere fa l'inviato: dopo 5 anni la direzione passa a Candido Cannavò, «persona cauta e tranquilla», come lo ricorda De Felice «che ha resistito per ben 19 anni». Un attimo di silenzio e aggiunge: «ma lui non aveva la passione per la barca a vela».
Nel corso della sua carriera da inviato Gianni De Felice ha avuto la fortuna e l'onore di vedere dal vivo momenti epici e gesti sportivi eccezionali. Il memorabile gol di Maradona contro l'Inghilterra ai Mondiali dell'86 a Città del Messico per esempio, anche se il momento più toccante in assoluto, da come lo racconta, risale a due anni dopo: «alle Olimpiadi del 1988 ho pianto quando Gelindo Bordin è entrato stremato nello stadio di Seul». Pochi istanti dopo avrebbe vinto l'oro nella maratona.
E ancora, un incontro importante: «ricordo quando andai ad intervistare per la prima volta Gianni Rivera, a casa sua ad Alessandria prima che fosse venduto al Milan per 60 milioni. Da allora con Rivera è nata un'amicizia strettissima».
Ma c'è anche un'altra storia che vale la pena raccontare, quella tristemente nota come il massacro di Monaco. Era il settembre 1972 e 17 persone morirono ammazzate nel corso dell'azione terroristica di un commando di guerriglieri palestinesi contro la squadra olimpica israeliana. Gianni De Felice era in Germania come inviato del Corriere della Sera: «il giorno dopo l'attentato il collega Massimo Della Pergola, inviato di Stadio ed esponente del Comitato Olimpico Israeliano, mi portò nel posto segreto dove erano nascosti i superstiti». Dopo avere raccolto le loro testimonianze i due cronisti corsero in albergo a scrivere ognuno il proprio articolo, con la promessa di entrambi di citare anche il nome dell'altro. «All'indomani, però, Della Pergola mi disse che al suo giornale avevano scioperato» racconta Gianni, che fu l'unico al mondo ad avere le dichiarazioni dei sopravvissuti alla strage.
Lo scoop della vita, o meglio «una botta di culo» come lo descrive lui stesso.