Come sappiamo tutti, non si dice film erotico senza dire Tinto Brass. E non si dice Tinto Brass senza dire La Chiave. Forse non tutti l'anno visto, forse non tutti sanno che è tratto da un celebre romanzo dello scrittore giapponese Jun'ichiro Tanizaki, è però cosa certa che il film sia entrato a far parte dell’immaginario collettivo e che ovunque, dalla fiera del dvd usato, ai cestoni dei centri commerciali, se ne possa trovare una copia.
La pellicola, del 1983, è l’esordio di Brass nel soft core. Ne è protagonista una giovane Stefania Sandrelli, moglie pudica e vergognosa, intimidita dai tabù sociali, accentuati dal contesto repressivo del fascismo. Il consorte (Frank Finlay), frustrato dalle poche soddisfazioni coniugali, utilizza l'espediente di un diario segreto per manifestare i propri desideri reconditi. E proprio il diario, una volta scoperto, sarà la chiave di volta per la maturazione sessuale di Teresa (la Sandrelli, appunto).
Sin dai primi minuti il maestro ci delizia con un elogio del pissing, per poi passare a fantasie lesbiche e addirittura incestuose, come spesso accade nel corpus della sua opera. Più che un film, un invito sussurrato all’abbandono di sé, alla spontaneità, al confronto critico con le regole sociali. In tutto ciò la Sandrelli si destreggia con naturalezza, interpretando a dovere la trasformazione della protagonista da fanciulla inibita a gran dama delle lenzuola, sensuale e dominatrice.
Comincia inoltre da subito ad emergere prepotente l’ossessione del regista per i sederi femminili, (uno dei suoi aforismi più celebri è «il culo è lo specchio dell'anima»).
La Chiave non brilla certo per vezzi narrativi o registici, ma ha il pregio di non scadere in un'esibizione esasperata e gratuita della sessualità, come sovente accadrà in seguito a Brass.
L’interesse per il suo cinema si sta affievolendo sempre più con il passare degli anni, specie vista la recente reiterazione delle trame e dei soggetti. Anche se si sa, l'attrazione per certi temi non muore mai.