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Cultura
La donna che parlava con i morti
 

La donna che parlava con i morti

 
Il romanzo di Remo Bassini. Una prosa quotidiana e mai stancante, per un mistero attonito. Echi di montagne che si combattono con un mare sordo
 
   

     
3 marzo 2009
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di Alberto Pezzini
   

Remo Bassini è uno scrittore di confine. Sembra sospeso a metà tra la luce delle montagne ed il vuoto del mare. Nel suo libro più denso e più manifesto, La donna che parlava con i morti (Newton Compton, 2007, 238pp., 9,90 Eu), sembra difficile l’individuazione di un luogo fisico. Così come è arduo rinvenire un luogo dove il dolore non cammini. Il suo è un giallo superiore. Di gran lunga più ossigenato rispetto a quelli della sua specie. La soglia della sofferenza lo fa bello. Una sostanza vischiosa sembra impastarlo. Un’emozione continua pare elettrificare la trama.
Va indietro il lettore, in questo libro. Dove echi di montagne si combattono con un mare sordo, in sordina costante.

Un’investigatrice dannata da un amore duplice. Divisa tra un padre amatissimo e un uomo adorato. Fino al punto di credere a tutte le sue fughe. Anche quelle più incredibili. Il titolo resta un enigma. E il libro non lo svelerà. Ecco perché Bassini resta un giallista a metà. Non è un noirista in pieno sole. Non ha la tinta maledetta a caratteri pieni. Per entrare dentro il parnaso dei giallisti. Ha una misura umana in più, un dolore più potente per farlo stare un gradino sopra la soglia normale. Difatti Bassini ha inaugurato un blog tutto suo dove ha un dialogo stretto con le persone. Ma anche le sue prose sul web sanno di uno strappo molto secco, una lacerazione mentale mai più risanata.
Ciò gli consente di nutrire una prosa quasi scucita, molto quotidiana e però continuamente nuova, mai stancante. Il linguaggio stranito del dolore, secondo me, possiede un’arpa nascosta. Sconosciuta alla gioia, all’allegria. Quella di Bassini è l’allegria di un porto sepolto. Solo che questo giallo non è palloso. Ha una nervatura di dolore vero dentro ed un’anima fuori che va a gonfie vele. In questo è un giallista senza timore di confronti.

Nelle sue pagine riesce a spingere molto in là il senso del quotidiano. Contemporaneamente riesce a vestirlo di tinte strane, luci inconsuete. E un mistero attonito, spesso un dito, che pare non sollevarsi mai. Ti aspetti una risoluzione, un colpo di frusta che squarci quel velo di lattice. Devi naturalmente aspettare la fine perché un gesto deciso lo sollevi davanti agli occhi. Solo che l’avvertimento esposto all’inizio del libro, quella donna capace di parlare con i morti, viene lasciato galleggiare nella tua coscienza. Come in una sacca amniotica, in controluce lo puoi vedere ma non lo puoi toccare. Noli me tangere
C’è il sospetto che Bassini abbia creato un giallo che è un po’ un metagiallo. Qualcosa che vada al di là della coscienza narrativa in senso puramente giallistico. Sembra un bisticcio astruso ma non lo è. Con questo libro Bassini entra dentro una dimensione metanarrativa tutta sua. Che continua a compiere dentro il suo blog. Con prose tutte di vita. Dette ad alta voce, quasi recitate ad una veglia. Con un senso sanguinato della vita che non ti aspetti ma che rende tutte le parole pezzi di carne in libertà. È un giallista di vita, Bassini. Ecco cos’è. Uno scrittore di piena tortura umana che riesce a sublimare fogne a cielo aperto con tocchi angelicati. Su di una penna che evidentemente cerca di strozzare perché potrebbe urlare anche di più.

Dentro una melassa quotidiana di giallisti da supermercato, con trame sempre uguali e ormai ripetitive come replicanti nudi, si pianta Bassini. Ha una luce che non ti morde da subito. La prosa è accattivante e perciò ti ritrovi in un guado di dolore a mezza costa proprio quando sei a mezzo del guado. Ed ormai è troppo tardi per tornare indietro.
Cosa sia un romanzo alla Bassini è bello poterlo dire. Evidentemente per lui la cesura tra uomo e scrittore non è così netta come per alcuni.Certi scrittori sono superbi, hanno pagine incantevoli nel cuore ed una penna capace di ritagliare spicchi interi di cielo e donarteli nel pensiero. Ma magari sono persone che non hanno nulla di vita. Pochi dolori, poche lance spezzate in cuore. E tanta nebbia dentro un’anima insincera.
Gli scrittori come Bassini hanno invece uno scudo in più da portare dietro. Magari la loro lancia è spuntata, oppure è vecchia. Sa di piogge e fango, di ruggine come su di una vecchia foglia marcita. Ma hanno dentro il cuore un mondo infinito, montagne che non restano se non dentro un’anima bella ed occhi pensosi su di un lago dove non scende mai la nebbia degli autunni più umidi.

Ogni volta che pensano alla fuga, si ritrovano davanti il domani. Questo lo dice Marino Magliani, nell’ultimo suo romanzo, dove il dolore diventa una tragedia anche ambientale. È per questo che Bassini scrive pagine che di umano hanno forse fin troppo. Se pensate che solo dal dolore più acuto possono nascere pagine tanto scure quanto più vicine alla verità del dolore. Bassini ha un dono prezioso. Quello di rendere quotidiani antichi fantasmi personali. E farli danzare davanti agli occhi come dallo psicanalista. Ti sembra di leggere un libro giallo, e basta. In realtà stai vivendo quello che, se non oggi, sarai destinato a viverti domani. La vita. Senza sconti.
Il giallo deve essere così. Un pugno allo stomaco che non ti riesci a rialzare subito. E inoltre deve saperti lasciare almeno una dose di attesa prima di un altro libro. In quell’attimo di sospensione si misura la potenza della lettura. È nella paura di non trovare un altro libro alla pari (poi si ritrova sempre ma ci vuole un poco) che si misura la forza e la bellezza di un’opera. Se un giallo è capace di lasciare un vuoto allo stomaco, e far paura di non trovare subito un degno sostituto, val bene dire che Bassini non è un giallista vero. È, in più, un vero scrittore. Sarà per questo che il suo blog è così seguito. Perché lì, senza tanti complimenti, ci si ritrovano tutti. Solo che lui sa come dirlo. Ciao, Remo.

 
 
 
 
 
 
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