La notizia dell'ultim'ora è di quelle da gelare il sangue. Una ricerca citata dal quotidiano inglese Guardian - e riportata da Repubblica.it - sostiene che Facebook fa male al cervello. Oddio, e ora come facciamo? Immoliamo la nostra materia grigia sull'altare della socialità?
I social network - si legge - rischiano di 'infantilizzare' la nostra mente, rendendola capace di tempi di attenzione molto ridotti, tendente al sensazionalismo, incapace di empatia e con un senso dell'identità deboluccio.
Premesso che stare troppo davanti a un pc fa comunque male, vorrei ricordare che questa assomiglia veramente tanto ad altre notizie prodotte periodicamente dal mondo scientifico. Generalmente si possono ricondurre sotto due etichette: “paura e terrore”, oppure “echissenefrega”. Quella di Facebook ricadrebbe nella prima, per lo meno per i genitori dei giovani social-network-dipendenti. Ieri, invece, hanno scoperto il gene dei denti bianchi, tipico esempio della seconda categoria. Vabbè, non facciamo troppa ironia su questa ricerca, che sarà ben seria se a patrocinarla è Lady Greenfield, neuroscienziata e professore di farmacologia delle sinapsi ad Oxford.
Ma c'è un'altra questione che riguarda i social network, e non solo, che mi ha preoccupato molto di più. Si tratta di privacy. Un po' di tempo fa, scrivendo una mail sulla mia casella di Gmail, mi sono reso conto che gli spazi pubblicitari cambiavano a seconda di quello che scrivevo. Non saprei descrivere nel dettaglio il meccanismo, ma era una cosa tipo: scrivo una mail a un amico sui Lego, e di colpo mi appaiono i Google Ads (link pubblicitari) relativi ai Lego. Lo shock fu breve, e più che altro mi divertii a pensare che qualche omino guardava tutta la posta elettronica prodotta nel mondo, smazzando pubblicità ad hoc.
Per fortuna ci sono i ragazzi di Vision Post, che mi hanno chiarito la faccenda. Una persona di buona volontà si è letta le condizioni di utilizzo del servizio di posta elettronica, scoprendo che ogni utente concede a Google “una licenza eterna, irrevocabile, mondiale, priva di royalty e non esclusiva a riprodurre, adattare, modificare, pubblicare, eseguire pubblicamente, visualizzare pubblicamente e distribuire qualsiasi Contenuto che lei trasmette, invia o visualizza su o tramite i Servizi” art 11.1. Questa licenza comprende il diritto di Google di “rendere tale Contenuto disponibile ad altre società, organizzazioni o persone fisiche” 11.2.
Insomma, senza saperlo, ma per nostra pigrizia come dice Vision Post, ci siamo venduti a Google. Altro che Echelon, altro che Big Brother. Chi pensava che i servizi gratuiti fossero per questo anche un po' virtuosi forse si ricrederà, in qualche modo hanno da campà. Con i nostri dati, appunto.
Anche Facebook ci ha provato a cambiare i termini di utilizzo in questo senso. Ma evidentemente i suoi utenti sono più pignoli. E quando Mark Zuckerberg - il boss - vi è visto arrivare una riga di lamentele non ignorabile, è tornato sui suoi passi. Sintetizzo il post del suo blog in cui ne parla: “ognuno vuole il pieno controllo e la proprietà esclusiva delle proprie informazioni, così da togliere l'accesso ad esse quando vogliono. Allo stesso tempo, ognuno vuole gestire le informazioni che altri hanno condiviso (e-mail, indirizzi, numeri telefonici, foto, etc) per fornire servizi, permettendo a questi servizi di accedere alle informazioni”. Ovvero, due posizioni inconciliabili. Il punto di Zuckerberg è più o meno questo: nel momento in cui io condivido il mio indirizzo mail, non c'è modo di controllare come gli altri lo utilizzino. In qualsiasi medium.
Comunque, per il momento Facebook è andato incontro alle lamentele degli utenti: nel momento in cui l'account viene cancellato, la maggior parte dei dati viene rimossa (foto, video, etc).