Niente accade per caso. Eric Roth, segnatevi questo nome.
È il nome di uno dei più bravi sceneggiatori di Hollywood: prima de Il curioso caso di Benjamin Button aveva scritto, per esempio, Munich, The insider e The good sheperd, tutti script capaci di abbinare con equilibrio suspance e inchiesta politica (mai ideologica però).
Roth ha scritto anche la sceneggiatura di Forrest Gump, per la quale ha vinto l'Oscar. Il nucleo di questa sceneggiatura è nella frase che il personaggio di Tom Hanks ripete più volte sulla sua panchina di narratore, tra un flashback e l'altro: «La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quel che ti può capitare». Un modo stringato e comprensibile di riassumere quella visione ottimista (fatalista?) della vita, di matrice sostanzialmente cattolica, per cui i puri di cuore saranno conservati e protetti dalle stelle nonostante gli inevitabili lutti, le imboscate del destino.
Ebbene, questa, tale e quale, è anche la sostanza de Il curioso caso di Benjamin Button. In prima battuta, non ci sarebbe nulla di male.
Tuttavia Roth compie una serie di errori che erodono via via il debito di fiducia che abbiamo nei suoi confronti.
Per prima cosa, oltre al messaggio, vengono riproposti anche numerosi (diciamo pure troppi) luoghi narrativi: la centralità del rapporto con la madre e la (conseguente) visione romantica dell'amore (l'amore vero è uno solo ed è irripetibile nell'arco di un'esistenza), l'irruzione della guerra come momento di epifania dell'età adulta, la narrazione sviluppata tutta per flashback attraverso la testimonianza di un personaggio fisicamente immobile (lì la panchina, qui una stanza d'ospedale); ma anche elementi più specifici come il superamento miracolistico dell'invalidità (sia Gump che Button compiono un passo decisivo della propria maturazione quando imparano a camminare, apparentemente per benedizione divina) o la manifestazione fisica dell'anima (lì la piuma, qui un uccellino). Addirittura si arriva alla clonazione di intere linee di script (la madre di Benjamin gli ricorda, per esempio, che «dalla vita non sai mai cosa aspettarti»).
In secondo luogo, alla levità del personaggio Gump, il cui deficit mentale è in realtà la maschera di una debordante genialità, si sostituisce qui una diffusa pesantezza di toni, una liricità tutta di forma e poco di sostanza (alcune delle situazioni che coinvolgono Julia Ormond e la madre in fin di vita sono tanto eccessive da essere involontariamente ridicole), che rende le quasi tre ore di visione a tratti estenuanti.
È precisamente la differenza tra un film che funziona spontaneamente, perchè germogliato da sensibilità comuni e appassionate al progetto (si vedano i recenti Milk e Revolutionary Road), e un film obbligato a funzionare dalla monumentale macchina produttiva che lo precede e alimenta, e che finisce per schiacciare l'umanità dei suoi creatori. Il curioso caso di Benjamin Button è un film "prepotente", talmente sofisticato visivamente (la fotografia pastosa e sfocata è al servizio degli incredibili effetti speciali che ringiovaniscono e invecchiano ad arte gli attori) da scollarsi dall'immaginario collettivo. La verità è sempre la cosa più commovente, e qui ce n'è troppo poca.
Durante la visione, mentre le sensazioni citate si fanno via via più concrete, ci si imbatte infine nella proverbiale "cartina di tornasole", la prova della scarsa ispirazione di Roth: la fondamentale sequenza dell'incidente di Daisy, oltre ad essere concettualmente incoerente (la narrazione viene dalle pagine di un diario, ma quanto Benjamin dice non avrebbe mai potuto saperlo) è raccontata attraverso un espediente tratto di peso da Il favoloso mondo di Amélie.
Tanto tanto fumo, ma l'arrosto non è granché.