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Cultura
La copertina de 'La cittą' di Armin Greder
La copertina de 'La città' di Armin Greder
 

La cittą, una fiaba per madri e figli

 
L'intervista con Armin Greder, autore di un racconto tradotto da Alessandro Baricco. Una storia di amore e morte. Dalla community
 
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29 gennaio 2009
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di Roberta Maresci
   

Armin Greder torna in libreria con La città (26 pagine, 16 Eu), una favola dedicata «all'egoismo e alla sua capacità di renderci ciechi. Un racconto che ha a che fare con la paura della vita e con l'incapacità di lasciar andare chi si ama di più. D'altronde, amarlo significa possederlo», dice l'autore, e «nutrirlo è nutrire l'immagine che si ha di lui. E proteggerlo è uno sforzo disperato di preservare il significato della vita. Inizialmente la madre del racconto era mia madre. Ma ho capito che non era solo la mia, ma anche molte altri madri».
Tradotto da Alessandro Baricco, l'architetto e fumettista svizzero di casa in Australia, collezionista di premi da quando ha partorito L'isola, ha scelto l'Italia per presentare in anteprima mondiale questa fiaba cucita su misura per i figli e per le madri, dove alla morte della madre corrisponde la crescita del figlio. Anche questa volta l'ha pubblicato Orecchio Acerbo. La scrittura è scarna e incisiva, avvolta in un colore nebbioso e quasi nervoso. In bilico tra una graphic novel e un balloon, ha un narrato in bianco e nero che relega il testo ai margini in linea con la città disegnata; un posto minaccioso all'inizio, che diventa una sorta di Terra Promessa alla fine.

Ho intervistato Greder nella sua casa in Australia, prima che arrivasse a Roma.

Se da bambino avesse letto La città, cosa avrebbe pensato?
«Se mi immagino dodicenne, mi vedo spaventato e affascinato dalla morte di mia madre. La totale dipendenza da lei e il disastro dell'abbandono mi avrebbe spezzato come una corda. Mio padre era morto l'anno prima che io potessi essere pienamente cosciente del fatto che mia madre potesse morire. La dipendenza da mia madre e la sicurezza che lei rappresentava, mi avrebbe reso impossibile contemplare l'enormità della morte. Nel racconto, la morte della madre lascia il ragazzo libero di vivere la sua vita; a me invece avrebbe fatto scappare. Allo stesso modo, sarei stato incapace di vedere la natura egoistica e dannosa dell'amore della madre per il giovane, se mi permette di trovare un legame tra la madre narrata nella storia e la mia. Avrei avuto bisogno di dieci anni in più, e di molte interferenze di mia madre nelle lotte con i miei lupi, per iniziare a capire».

Perché solo ora una favola sul rapporto tra madre e figlio?
«Perché solo ora, vent'anni dopo aver scritto La Città, ho trovato un editore abbastanza coraggioso da pubblicarlo».

Che colore ha il dolore per Armin?
«Il colore di un solo gemello».

La città si chiude con una postfazione di Antonio Faeti, saggista e presidente del Bologna Ragazzi Award, in cui scrive: «Se da bambino avessi avuto La città di Armin Greder, avrei avuto davvero il sussidio didattico che mi serviva. Perché in questa fiaba dolente e salvifica, in questo testo che condensa e fa comprendere parole e figure, ci sono gli echi di una tregenda che parlava, e parla, a me e a loro. Come ha scritto giustamente Stephen King, non si fugge dall'incubo, ma lo si contempla, e quando lo si è guardato, con la luce della consoscenza, si definisce un nuovo rapporto. Ciascuno di noi, in certe occasioni della propria vita, si trova a camminare con un sacco di ossa sulle spalle, ciascuno di noi cerca un camposanto in cui praticare una decente, onorevole sepoltura».

 
 
 
 
 
 
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