Il primo gennaio 1932 Vito Volterra, uno dei maggiori matematici italiani, professore all'Università di Roma e senatore per alti meriti scientifici, riceveva la comunicazione di essere dispensato dal servizio per “incompatibilità con le direttive generali del governo”. Volterra si era rifiutato di prestare il giuramento di “essere devoto al regime fascista”, secondo quanto richiesto da una disposizione della Gazzetta Ufficiale, gesto che provocò anche la sua estromissione dall’Accademia dei Lincei.
Un’annotazione da lui scritta in quegli anni, e citata nel libro Senz’olio contro vento di Rita Levi Montalcini, suona così: «Muoiono gli imperi, ma i teoremi di Euclide conservano eterna giovinezza» dimostrando la sua fede nella stabilità della tradizione scientifica di fronte alle vicissitudini storiche.
Volterra è solo uno delle decine di studiosi italiani e tedeschi di origine ebraica che subirono l’esclusione dal lavoro e le persecuzioni politiche e razziali. Alcuni, come lui – non più giovane - rimasero nel loro paese, ma per lo più si assistette a un’emigrazione del sapere di proporzioni gigantesche. «Siamo in attesa che si escogiti un modo di distruggere tutti i nazionalismi senza uccidere nessuno» scrive il poeta Lawrence Ferlinghetti, e su questa via dobbiamo ancora molto impegnarci.
Dato che anche la scienza doveva avere una base ariana, dalla seconda metà degli anni Trenta gli studiosi ebrei, che costituivano la miglior intelligenza innovativa nei territori tedeschi e dei loro alleati, abbandonarono le strutture di ricerca e ripararono all'estero, anche molte personalità alle quali era stato offerto di collaborare col regime.
Fino ad allora la Germania deteneva senza dubbio la leadership scientifica del mondo; i tedeschi avevano vinto 28 premi Nobel in materie scientifiche, un terzo di tutti quelli assegnati, di cui 10 ottenuti da studiosi di origine ebraica. Molti centri di eccellenza subirono con il nazismo perdite irreparabili, la sola Göttingen si lasciò sfuggire una cinquantina di fisici inclusi Max Born e James Franck.
Tra gli italiani che lasciarono l’Europa va ricordato Enrico Fermi (premio Nobel di lì a poco, nel 1938) che, per proteggere la moglie ebrea, espatriò e proseguì le indagini in campo atomico negli USA. Anche Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Mario Donati, Ugo Fano, Eugenio Fubini, Bruno Rossi, e molti altri sfollarono negli Stati Uniti. La scuola torinese di biologia fondata da Giuseppe Levi venne dispersa, facendo perdere alla medicina italiana altri due futuri premi Nobel: Salvador Luria e Rita Levi Montalcini.
Grazie ad un governo disposto ad offrire garanzie di protezione e interessato a finanziare gli esperimenti degli esperti sfuggiti alle persecuzioni, gli Stati Uniti furono il paese verso cui si diresse la maggior parte degli emigranti tedeschi e italiani. Ne è prova l'esito degli studi del Progetto Manhattan, cui parteciparono molti specialisti europei fuggiti, ovvero la realizzazione delle due bombe atomiche lanciate sul Giappone. Esse anticiparono di gran lunga gli studi tedeschi e finirono per provocare la sconfitta della Germania stessa e sancire la supremazia militare, politica ed economica mondiale degli USA.
Il ruolo scientifico degli Stati Uniti prima dell’avvento al potere di Hitler e Mussolini non era trascurabile ma marginale. L’emigrazione di un sapere, che negli anni Trenta vedeva l’Europa egemone, contribuì a far nascere scuole di eccellenza scientifica negli USA, mentre rimanevano fortemente depauperate la fisica, la chimica e la medicina europee. «La guerra – scrive Otto Frisch nella sua autobiografia Vita con l’atomo - fu un disastro per la fisica tedesca avendo trascinato tanti degli uomini migliori lontano dai loro laboratori».
Nel saggio Scienza e razza nell'Italia fascista (Il Mulino), Giorgio Israel e Pietro Nastasi, docenti di Storia delle matematiche rispettivamente all'Università di Roma e di Palermo, smantellarono la tesi di un'origine esogena dell'antisemitismo italiano. Ripercorrendo alcune fasi della storia della cultura - soprattutto scientifica - del nostro Paese, mostrarono come il Patto d'Acciaio con Hitler rinsaldasse un pregiudizio razziale già presente nella società italiana.
Ancora adesso non abbiamo recuperato le gravi perdite umane e culturali legate all’esecrabile e cieca persecuzione etnica e intellettuale. L’emigrazione del sapere è un frammento doloroso della storia, che vogliamo ricordare durante la Giornata della memoria.
Allora e ora, nel mondo, molte vite e talenti di coloro sono a rischio di epurazione per pregiudizi e odio razziale. Non dobbiamo dimenticare, da allora nulla è più lo stesso, neppure per la scienza.