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20 gennaio 2009
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di Anna Dodero
   
Un'immagine da 'Un matrimonio all'inglese'
Un'immagine da 'Un matrimonio all'inglese'
 
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Un matrimonio all'inglese
L'intelligenza non ha bisogno di eccessi per palesarsi. L'ironia è tanto più dirompente quanto più è sottile e allusiva.
Nel gioco delle apparenze - finta ricchezza, finta moralità, finta trasgressione - la battuta è salace fingendosi pudica. Divertente. Senza pretese, ma con classe. E allora ti domandi il perchè di quel pizzico di amaro spaesamento che il film ti lascia in bocca. La risposta la trovi dappertutto: è così anacronistico lo humor intelligente nell'epoca di Natale a Rio che per una commedia brillante non si riesce ad immaginare un'ambientazione contemporanea. Per trovare sexy una donna vestita, e affascinante un uomo non palestrato, è necessario tornare
indietro di 50 anni, o quasi. Se è così, fazzoletto sul naso e via in soffitta a guardare fra la naftalina...

Sette anime
Il terribile peso di essere Dio. Sette volte Dio, perché avere potere assoluto sulla vita degli altri significa essere Dio. Un dio piccolo, da gesti di attenzione quotidiana. Un dio orrendo che per una distrazione falcia sette vite. Un dio buono che cerca altre sette vite da far rifiorire. Ma se ha ucciso per sbaglio, non affida al medesimo caso la scelta di chi far vivere. Si arroga il diritto di selezionare chi "se lo merita", con una presunta impersonalità di giudizio che naufraga molto umanamente fra gli occhi di una ragazza dalle "ali spezzate". Una giostra di sentimenti quasi buoni, guidati dall'aziendale pensiero che il valore di una vita sia quantificabile con un criterio pressochè scientifico.

Come Dio comanda
Non sono fra coloro che hanno letto il libro. Quindi non sono fra i delusi del film. Sì, deludono i tratti di recitazione amatoriale e le trovate semplicistiche (un ragazzino che cammina una notte intera per monti e valli con una carriola con sopra un cadavere, per poi scaricarlo in fiume pressoché secco...), ma non delude la creazione dell'atmosfera: ansiogena, desolata, provinciale e degradata. Come non delude il quadro dei personaggi, assolutamente veri nel loro non essere mai del tutto buoni o cattivi: il naziskin che protegge il minorato, il figlio che condanna ma si rende complice, lo scemo del paese che è vittima e carnefice al tempo stesso.

Il giardino dei limoni
Come la lavagna delle elementari: una riga che divide, e da una parte i cattivi, dall'altra i buoni. E quella riga, col passare degli anni, diventa una grata, una palizzata, infine un muro. Costruito per difendersi dall'altro, e per scoprire poi, troppo tardi, che il nemico è dentro, non fuori. Una morale che si respira chiara fin dall'inizio, fra le foglie fresche e libere dei limoni.

Genova
Una "stanza del figlio" al contrario, dove è la madre a lasciare marito e figlie. Dove chi sopravvive si trincera dietro un silenzio incomunicabile e denso di dolore.
A Genova. Una Genova palpitante che non si lascia guardare, ti guarda. Complice il regista e la sua macchina da presa che ti trasforma da spettatore a protagonista. Con un Colin Firth senza lode e senza infamia e una piccola intensissima Perla Haney-Jardine. Con Genova in un ruolo di protagonista assoluta che - saro' pur di parte - non poteva essere di Mantova, Trieste o Canicattì...

 
 
 
 
 
 
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