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Visto da lei, visto da lui

 
Il ritorno del film d'avventura. In sala 'Australia', con la Kidman e Jackman. Baci appassionati, indigeni misteriosi e la guerra mondiale
 
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19 gennaio 2009
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
 
Settimana di riposo per Tengi: questa settimana sul nostro scranno di critica sale Silvia, 30 anni, promoter teatrale e organizzatrice di eventi nella capitale...

Visto da lui - Il parere di Giorgio
Il cinema, come la pittura o la musica, segue dei cicli, si articola storicamente per movimenti, correnti, tendenze. Che hanno origine nelle società e ad essa ritornano. Il cinema storico d'avventura, esotico e romanticissimo, ha infiniti, illustri padri, tra cui classici proverbiali come Casablanca e Lawrence d'Arabia. In tempi più recenti vengono in mente L'ultimo samurai e Ritorno a Cold Mountain. È un genere che cavalca il fascino di mondi lontani e alieni, e canta l'epica di sentimenti forti come l'amore, il coraggio e il senso dell'onore amplificandoli attraverso il megafono degli scontri bellici, che a volte separano e a volte riuniscono (di solito entrambe le cose). Nei casi migliori veicola anche messaggi progressisti di tolleranza razziale e altruismo sociale. Ora, che capacità di suggestione può avere questo tipo di cinema nell'epoca della comunicazione globalizzata e istantanea, del pacifismo ad ogni costo e dell'integrazione multietnica come dato acquisito? Ma soprattutto, che senso ha un cinema così spudoratamente artefatto e distante dalla realtà in anni in cui il cinema ha scelto un realismo quasi documentario come piano (anche etico) di comunicazione e costruzione delle proprie storie, persino nell'ambito del genere (basti pensare all'ultimo Festival di Venezia e a film diversissimi come The wrestler, The hurt locker e Rachel sta per sposarsi)? La risposta è ovviamente nella domanda. E così di questo Australia, fluviale e prevedibile persino al di là di quanto i codici scelti facessero prevedere, non resta proprio niente: né la Storia con la "S" maiuscola, né quella con la "s" minuscola. Da Baz Luhrmann (Romeo+Giulietta e Moulin Rouge) non ce lo saremmo aspettati: se non fosse che i primi trenta minuti, sbilenchi e sopra le righe (gli unici che funzionano) fanno ampiamente capire quanto la produzione debba averlo castrato.

Visto da lei - Il parere di Silvia
Sono preoccupata. Giorni fa mi è stato chiesto se avevo voglia di scrivere nella rubrica Visto da lei, visto da lui. Ero sovrappensiero e, amando la comunicazione, ho accettato.
È evidente: sono una sprovveduta. Una passionale sprovveduta.
Vado al cinema con l'entusiasmo di un'universitaria al primo giorno di corsi, esco perplessa e capisco che: 1) Non mi è piaciuto; 2) Dovrò criticare il film; 3) Avrò un attacco di panico.
Non sapendo bene cosa scrivere, mi rivolgo direttamente al responsabile.
Ora, caro Baz, io ti adoro lo sai, Ewan McGregor che canta alla Kidman le canzoni di Elton John, e la casa-elefante e Shakespeare on the beach con il prete tatuato e tutto il resto. Sei un uomo coraggioso e spesso, coi tuoi film, hai camminato in punta di piedi sulla linea sottilmente rischiosa del grottesco creando prodotti geniali. Ma. Per caso sei caduto dalla linea e hai sbattuto la testa?
Sono spiazzata. Non puoi girare Moulin Rouge e poi aspettarti clemenza con Australia. Non puoi, fine della questione. È grandioso, straripante, megagalattico e... kolossalmente banale.
Ora vai in camera tua. A letto presto. Mettiti a pensare e fai qualcosa per farti perdonare.
Lo sappiamo tutti, e lo sai anche tu: il tuo posto è altrove. Magari a Parigi, forse a Verona. Ma di certo non in Australia.

 
 
 
 
 
 
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