Arriva traumatica e inaspettata la notizia dell’esclusione di Gomorra dalle candidature agli Oscar. Sgomento, polemica, chiacchiericcio anche fuori luogo per una defezione che sembrava impossibile. Forse perché per la prima volta dopo anni, un film italiano obiettivamente bello e di successo si meritava gli onori internazionali. Forse perché raramente un libro-documento come quello di Saviano era a ragion veduta la materia su cui plasmare un’opera che scuotesse sinceramente le coscienze, a differenza dei tanti casi letterari creati a tavolino per chi è disposto a far parte di un gregge. Forse perché Matteo Garrone è l’unico, anche escludendo il buon Paolo Sorrentino, a meritare un riconoscimento popolare (perché questo sono gli Oscar) tale da controfirmare che, sì, abbiamo un grandissimo talento in patria, che c’è qualcuno con una visione.
Ci vorrebbe l’umiltà di ammettere, però, che dopo anni di al lupo, al lupo non si può pretendere che una giuria classista come quella dell’Academy soprassieda sulle carenze socio-politico-culturali che l’Italia non ha avuto vergogna di nascondere negli ultimi “n” anni (a chi legge l’onere di enumerare, in coscienza, quella incognita). Nella cinquina rientreranno dei film meno belli di Gomorra e quando annunceranno la vittoria di Valzer con Bashir molti, da noi, si fionderanno contro gli evidenti limiti del film israeliano, ne siamo certi, ma il documentario d’animazione di Folman parla di un tema universale come l’insensata ferocia della bestia umana e non di come l’Italia abbia lasciato senza batter ciglio che un cancro come la criminalità organizzata si impadronisse dell’economia, ma prima di tutto dell’approvazione (sia essa manifesta o sottaciuta) di una nazione. Argomento che fuori dal perimetro italiano, a torto o a ragione, interessa a pochi.
Ed esce in prossimità di questa amara disfatta (ma a Garrone immaginiamo poi non importi molto) il primo saggio sul cinema dell’autore capitolino, Non Solo Gomorra, di Pierpaolo De Sanctis, Domenico Monetti e Luca Pallanch, probabilmente nella prospettiva originaria di una pubblicazione in contemporanea con la sperata nomination. I saggi dei tre autori sviscerano in maniera analitica non solo il recente successo di Garrone, ma tutta la produzione di una carriera che sin da subito parte da premesse inedite. Lo stile del regista è codificabile attraverso un approccio alla materia cinematografica a sé stante, attraverso processi di scrittura scevri dalla macchinosità delle fasi consuete, con un criterio estetico proprio della pittura ed una introspezione dell'immagine che vive di sottrazione e, dall’intimo della scena, invita lo spettatore ad accostare l’orecchio, lo sguardo, i sensi all’azione. L’autarchia stilistica e concettuale di Garrone si evince anche dalle numerose interviste contenute nel saggio, preziose per una chiara interpretazione delle opere, grazie ad una munifica tendenza dell’autore nel raccontarsi e ad una limpida coscienza di sé. Uno studio utile di un outsider della nostra cultura, nel momento della sua massima esposizione.