I modi della collaborazione fra musicista e regista nell’allestimento moderno del melodramma sono in continua evoluzione e hanno assunto da tempo la qualità d’uno scambio fruttuoso (se pure controverso) per originalità di risultati. Discutibili e discusse rappresentazioni recenti, impongono comunque estetiche e fruizioni nuove anche all’opera del passato. Si riflette sulle conseguenze di tale rapporto, con la pubblicazione, a un anno di distanza dalla prima scaligera dell’opera wagneriana, del volume Daniel Barenboim – Patrice Chéreau, Dialoghi su musica e teatro. ‘Tristano e Isotta’ (Milano, Feltrinelli, 2008, pp. 198, euro 18,00).
Queste conversazioni fra i due massimi responsabili dello spettacolo restituiscono calore vitale alla memoria dell’evento, nel riassunto fecondo di intenti, emozioni e intuizioni poetiche e soluzioni tecniche rappresentative. Animatore di codesti Dialoghi, raccolti appena dopo lo spettacolo, è Gastón Fournier-Facio, che dichiara di non ambire a dare una “presentazione sistematica delle concezioni che Barenboim e Chéreau hanno del libretto e della partitura”, ma a fornire “considerazioni e commenti originali quasi come flussi di coscienza” (p. 6). Ne seguono pensieri e proposte, in libera discussione e animato confronto, suddivisi in cinque capitoli: Il direttore e il regista; Aspetti della regia; Drammaturgia; La musica; I grandi temi.
Accanto agli aspetti interpretativi, specifici dell’esigenza di ciascun artista, appaiono i molteplici motivi, anche più pratici e contingenti, della loro ultima realizzazione. Tra estetica sperimentata e slancio inventivo, si segue il comporsi del prodigio, mentre le emozionanti situazioni poetiche vengono comunicate efficacemente ai collaboratori e al pubblico. Il dialogo si sviluppa nei continui contrasti e rettifiche, in un confronto serrato: su come, ad esempio, la musica determini, secondo Chéreau, il comportamento degli attori; come la loro cangiante situazione nelle azioni sceniche stabilisca l’armonioso contrappunto affidato ai cantanti. E Barenboim nota le invenzioni musicali del direttore d’attori, come illuminanti e necessarie. Così per l’Atto II , Chéreau ammette come essenziale la presenza d’uno sguardo esterno, puntato sull’incontro appassionato della coppia degli eroi e ricorre (lui cineasta) a espedienti cinematografici per creare tensione più sensibile fra i protagonisti. È la visione dell’opera di Wagner a uscirne diversa, a confronto con quella nata dalla collaborazione con Pierre Boulez per il Ring, rappresentato a Bayreuth nel 1976-1980. Sottolineando la “novità” di Tristano e Isotta rispetto alla Valkiria, Chéreau confessa di aver studiato il DVD della sua precedente regia, prima di decidere dell’attuale: “Per vedere che cos’era questo Primo atto e per essere sicuro che fosse proprio quello che non bisognava fare” (p. 174).
Per gli amanti dell’opera lirica e gli specialisti del teatro, il libro è certo avvincente, ma apprezzabile soprattutto nel fare scoprire i lati più comuni e pratici del rapporto e dello sforzo creativi; riavvicinando il raffinato spettatore-uditore al gesto oltre che alla voce, confermando come dramma musicale e rappresentazione tout court, espressione canora e performance gestuale, possano confluire in superiore unità, nella visione di un Teatro Totale, forse miraggio ma affascinante, eterna sfida artistica.