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'Sette anime'
un'immagine da 'Sette anime'
 

Visto da lei, visto da lui

 
Muccino dirige Will Smith in 'Sette anime'. La storia di un uomo che vuole morire per donare i propri organi. I pareri di Tengi e Giorgio
 
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12 gennaio 2009
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
 
Pezzi d'ufficio, il blog della Tengi. L'ufficio, come non l'avete mai letto.

Visto da Lui - Il parere di Giorgio

È l'epoca dei parossismi. Ogni forma di comunicazione sembra omologarsi all'imperante rincorsa all'eccesso. Il cinema s'allinea. L'horror batte le vie del torture-porn (Hostel, Saw) esibendo senza pudori o filtri la carne lacerata, mentre tra le commedie la fanno da padrone le parodie grossolane (avevamo Hot shots, ci ritroviamo con Epic Movie): e persino nell'intrattenimento per famiglie, vedi Yes Man, fa capolino una vegliarda che si toglie la dentiera per fare un pompino a Jim Carrey, roba da far sembrare Natale a Rio un film di James Ivory.
Nessuna meraviglia, allora, a ritrovarsi per le sale un melodramma come questo, con un uomo impegnato a trovar requie da sensi di colpa fuor di misura - ha ucciso con l'auto la moglie e altri 6 innocenti - attraverso il sacrificio di sé. Letteralmente: vuole togliersi la vita e donare gli organi a 7 sfortunati di buon cuore.
Lo spunto è bizzarro, ma la regia di Muccino (ci sa fare, niente da dire) tiene botta, e addomestica il plot: ritmo placido, montaggio a puzzle, colonna sonora d'effetto (con un furto ben compiuto a La leggenda del pianista sull'oceano) e prove d'attore senza sbavature. La questione, in fin dei conti, è di principio: mettetela come volete, ma di apologia del suicidio trattasi. By the way, l'origine del disagio è, come quasi sempre, più profonda: l'immaginario
collettivo, nel nuovo millennio, versa in uno stato preoccupante.


Visto da Lei - Il parere di Tengi

Vi è mai capitato di andare al cinema da soli? A me è capitato con Sette anime. Alle volte succede, non c’è nulla di male. Eppure, noi spettatori solitari viviamo un po’ la sindrome degli appestati. Ci avviciniamo furtivi alla cassa superando le coppiette e i gruppi di amici, lo sguardo sfuggente come se stessimo cercando qualcuno (l’amico immaginario che ci farà compagnia), e coi soldi (già pronti e contati) alla mano biascichiamo «un biglietto, grazie» alla cassiera, la quale immancabilmente urlerà «uno soloooo?». Al che le strappiamo il biglietto di mano e corriamo in sala, facendo attenzione a sederci nelle primissime file. Una volta seduti, attendiamo con pazienza che si spengano le luci. Al buio, finalmente, potremo essere uguali agli altri.
Ora, vi è mai capitato di andare al cinema da soli e per di più dover assistere a un film pesantissimo? A me è capitato con Sette Anime. Alle volte succede, e non è piacevole. Nessuno cui rivolgere sguardi complici di disperazione, nessuno cui mormorare «mamma mia…» nelle scene critiche (SPOILER - quando ho visto la medusa nuotare nella vasca da bagno non mi restava che mordere il bracciolo - FINE SPOILER), nessuno cui stringere la mano, nessuno con cui sdrammatizzare. Alla termine, quando si sono accese le luci in sala, quasi tutti gli spettatori sono rimasti seduti, immobili. Dopodiché le coppiette hanno iniziato a tubare, gli amici a scherzare, e io mi sono avviata mesta verso l’uscita in cerca di una birra. Avevo molto domande dentro di me, e nessuno cui rivolgerle. Ad esempio: ma che Will Smith si è davvero fatto togliere un rene senza anestesia? (NdR: no, in quella scena si fa "solo" prelevare del midollo osseo)

 
 
 
 
 
 
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