Alzi la mano chi non ha mai pensato almeno una volta di fare l’attore. Avere la volontà e il talento, però, non è da tutti. Se poi la maturità viene raggiunta in un paese come la Cina, così lontano da noi e non solo in senso geografico, allora questa esperienza merita di essere raccontata.
Andrea Benedet è nato a Conegliano Veneto, ha 36 anni ed è attore di teatro. Dopo il diploma alla scuola Galante Garrone di Bologna, una delle cinque riconosciute in tutta Italia, seguono lunghi anni di gavetta in giro per l’Italia con compagnie che ai non addetti possono forse dire poco. Ma tre anni di tournée con Il mercante di Venezia, prodotto da Le Belle Bandiere e Diaboliques, compagnie attive nel teatro di ricerca e figlie artistiche di Leo de Bernardis, non sono cose di poco conto. Nel suo carnet anche La locandiera: due anni di rappresentazioni che hanno fatto tappa anche a Genova in occasione dell’inaugurazione della seconda stagione.
Non ci vuole una grande fantasia per formulare la prima domanda, tra un buon tè e la curiosità di Leonardo, mio figlio, riguardo a questo nuovo amico che è venuto a trovarci.
D) Cosa ti ha spinto a venire fino in Cina e, soprattutto, cosa ti ha convinto a rimanerci per due anni?
A) Come spesso accade, nella vita non c’è solo un motivo, ma una serie di concause. La prima di ordine esterno. Così come adesso, anche due anni fa la situazione italiana era senza grossi sbocchi. Piccole realtà non più sovvenzionate dal governo, che concentrano i propri aiuti sui teatri stabili, non riescono a sopravvivere.
Inoltre venivo da una stagione lunga ed impegnativa con “La Locandiera” sulla quale avevo investito tutte le mie forze, sia fisiche che psicologiche. Ne è risultata un’amplificazione del mio desiderio, da sempre latente, di cambiare scenari culturali e paesaggistici.
Galeotto fu l’incontro con Moreno, anche lui di Conegliano, la notte della vittoria del mondiale. Moreno è un ragazzo a dir poco ecclettico,che vive tra Pechino, dove lavora tra l’altro come musicista ed insegnante nella scuola di musica moderna e l’Italia dove ha fondato diverse scuole di WuShu.
Grazie al suo invito e con il suo aiuto ho mosso i primi passi a Pechino sia come persona che come attore. Poi via via, pur riamanendo molto legato a Moreno, ho trovato via via la mia strada.
Davanti ad un’italianissima pasta alle olive, con Andrea facciamo i conti in tasca alle produzioni e agli attori: affermare che la situazione non sia rosea, è fare un eufemismo.
D) Dove ti ha portato questa strada?
A) E chi lo sa? La Cina è sicuramente per me una tappa importante, ma non credo sia la mia destinazione, anche se non si può mai dire. Magari finirò per sposare una bella ragazza cinese che mi convincerà a trasfermi definitivamente. L’Italia è la mia casa e non mi sono mai sentito così italiano come da quando sono qui.
Questo è un sentimento molto diffuso. Quando si vive lontani dagli effetti della mala amministrazione della politica, del nostro paese rimangono nei ricordi solo le cose belle che ce lo fanno ricordare con affetto. Ma questa è un’altra storia.
D) A cosa stai lavorando attualmente?
A) Dopo aver girato una serie TV sulla guerra cino-giapponese, vista ovviamente dal punto di vista cinese, e un film sulle Olimpiadi, sto girando un serie da protagonista. È una produzione sino-russa, ambientata a Parigi e Mosca, dove ci trasferiremo per girare una parte della serie.
D) Bassi costi significano scarso livello di qualità?
A) Direi di sì, anche se bisogna fare le dovute eccezioni. Nel cast convivono attori completi, che forse non godono della dovuta popolarità, con attori più acerbi, spesso reclutati nelle Università, ma dai quali non ci si posso certo aspettare delle performance degne di rilievo. Questo, senza falsa modestia, gioca sicuramente a mio vantaggio. I registi sono subito in grado di distinguere un professionista preparato da un volenteroso esordiente e quindi ricercano, anche per altri film, la stessa figura professionale che garantisce loro rapidità e qualità e, diciamocelo, soddisfazione nel risultato. Debbo dire che in questo caso sono molto avvantaggiato dalla mia gavetta teatrale e che trovare lavoro, per me, è più semplice che per un collega cinese. E questo non dipende solo dalla scarsità di attori non asiatici.
D) Hai avuto modo di riscontrare differenze sostanziali nel mondo del cinema cinese in confronto a quello Italiano?
A) Soprattutto spicca la mancanza di organizzazione, inconcepibile da noi, ma che qui è gestita in maniera creativa, offrendo spunti di lavoro ed umani che altrimenti non si sarebbero creati.
Non solo. In Italia e in Europa si assiste ad un periodo di stasi artistica. Pochi nuovi registi, pochi nuovi film e soprattutto il bisogno di affidarsi a prodotti sicuri e di sicuro ritorno economico a scapito della sperimentazione che genera i grandi risultati.
Le tempistiche sono tutte diverse. Spesso, per le riprese, vieni avvertito la notte per il giorno dopo. Non sei sicuro della parte fino a 2-3 giorni prima, quando ti viene consegnato il copione (in cinese!). Una volta arrivato sul set e dopo il trucco e i costumi (mai della taglia giusta!) si è catapultati in un contesto di cui non sai nulla. Per interpretarlo puoi solo affidarti alla tua sensibilità e alla capacità di immedesimazione.
Si è sempre in uno stato di incertezza sul cosa stia succedendo e su cosa avverrà da lì a poco e non è solo un problema di lingua.
D) Cosa ti ha più colpito del mondo del cinema cinese?
Forse non è un aspetto solo del cinema cinese, ma sicuramente qui si sono raggiunti degli eccessi. L’apparenza, l’esteriorità, e l’estetica sono i parametri di valutazione di un attore, sia uomo che donna. Gli attori più famosi e idolatrati non sono tali per la loro bravura, ma solo per il loro aspetto e il relativo pompaggio mediatico.
Contrariamente a quanto si possa pensare, in questo campo l’interiorità e la capacità non contano. In questo mondo l’attore con la “A” maiuscola si riconosce anche dall’atteggiamento nei confronti degli altri, soprattutto con noi stranieri.
D) Parlando di stranieri, come sono percepiti gli italiani?
A) Direi molto bene. Siamo molto ben voluti. Ci trovano seri e professionali, ma simpatici e persone gradevoli con cui lavorare. Amano il nostro gesticolare e ci sentono molto più vicini a loro rispetto ad altre nazionalità pur essendo su due livelli differenti.
Risparmio ad Andrea una domanda banale: non gli chiederò nulla circa i suoi progetti per il futuro.
Tra me e me non posso che sperare di riuscire a seguire la carriera “cinese” di Andrea in prima persona, ma probabilmente dovrò accontentarmi di leggerne l’evoluzione su internet. Infatti i nostri giorni a Pechino stanno per finire.