Nessuna verità di Ridley Scott è stato criticato per essere troppo d’azione e con poca ossatura a tenerlo su.
Forse non lo hanno guardato abbastanza bene. Il regista Scott è un uomo che sa far girare la macchina da presa in pieno cuore. Quantomeno usa l’azione come un antidoto puro alla noia.
Il film - che non lascia uno spazio fisico alla mente tanto riesce a prenderla nella sua trama velocissima come aerei militari in picchiata – si ispira decisamente a Spy Game, con Robert Redford e Brad Pitt. Il plot è simile. I ruoli anche quelli un poco ricalcati. Russel Crowe è un appesantito Agente Capo della Cia il quale orchestra operazioni in Medio Oriente con cinismo e senso dell’opportunità tanto da apparire un emulo per nulla da meno del Valentino. Leonardo Di Caprio è un agente che sta sul campo. Si prende le revolverate e le pallottole dum dum dei mitra, le bombe ad orologeria umana che appaiono spietate come belve cieche, ed un amore a cui non saprà rinunciare.
La vena del film è azione. In effetti gli elicotteri e le riperse dal satellite danno una velocità adrenalinica notevole alla pellicola che corre nel deserto e nei luoghi più diversi dell’orbe come una macchina taroccata nel motore.
Lo spaesamento topografico accelera decisamente il ritmo e fa compiere dei balzi mentali ben calibrati. Diciamo che il cambiamento geografico continuo costituisce un ingrediente fondamentale – molto sfruttato – del cinema d’azione. Guardate Ronin, per esempio, oppure Jason Bourne interpretato dal bello ed efficace Matt Damon. È un calcolo che fa il regista quello di far saltare l’occhio di chi guarda il film da un mondo all’altro.
Solo che Scott è secondo me un regista anche capace di prendere dall’azione una polvere, anzi un pugno di sabbia con cui impastare un’anima, un personaggio difficile da dimenticare. In questo caso il capo dei servizi giordani è un bell’esempio di carattere umano. Uomo affascinante, ottimo conversatore, obiettivo intenditore di belle donne, inflessibile salvatore che appare e scompare quando meno te lo aspetti.
Di Caprio è bravo, sempre di più. Raggiunge una capacità espressiva che continua ad andare di pari passo con le ferite multiple che riceve sia fisicamente che dentro di sé. È un’interiorità calda che sta facendo salire la sua bravura di attore. Una sorta di tormento maledetto che sembra inculcare dentro i ruoli che gli danno. In effetti è un attore sensibile al personaggio.
Crowe fa bene il suo mestiere. Serve bene il suo paese e fa vivere con un certo fastidio le sue decisioni che non sono mai corrette eticamente. Sotto l’aspetto della ragion di stato sono invece ineccepibili. È un grande attore con addosso oggi una mole da elefante nel parco. Lo si riprende sempre come un tranquillo padre di famiglia che fa pisciare il figlio alla mattina presto o parla con una moglie notevole sempre all’alba. Per il resto è sua la parte dell’agente responsabile di un settore poco più che immenso:il mondo intero.
L’amore è un tema interrazziale, in questo film. Ci sta bene perché fa divampare quell’interiorità di Di Caprio che non ne può più di vivere una vita soltanto con le belve.