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Scorcio di Sanya
© foto: Davide Cassinadri  -  Scorcio della spiaggia di Sanya
 
             
 

Dieci giorni di vacanza a Sanya

 
La meta marittima dei cinesi sembra uscita da un vecchio quadro. Una spiaggia che racchiude in sé tanti luoghi del mondo. Dalla community
 
   

     
Sanya, 22 novembre 2008
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di Cristina Gamba e Gianluca Barragato
   

Sanya, il sogno tropicale della Cina. Arrivando nella capitale dell’isola si ha l’impressione di non essersi allontanati dalla periferia di Pechino, se non fosse per il verde intenso della natura che si fa giungla ai bordi delle strade, nella selva di palazzi costruiti nel brutto stile della Cina di qualche decennio fa. Ma noi siamo venuti per il mare, per il mare e per rilassarci. Questa è la missione e il resto non ha importanza.

La mattina ci alziamo presto e ci dirigiamo verso la spiaggia, che tanto ci manca della nostra Liguria, con aspettativa e curiosità, consapevoli di essere a 10.000 chilometri dall’Italia. Che cosa troveremo? L’impressione é quella di entrare in un quadro, ma non uno da galleria o da mostra, anzi piuttosto uno di quei dipinti dozzinali che si trovano nelle esposizioni di mobili. La sabbia bianca, il cielo azzurro, l’isola sullo sfondo a limitare la prospettiva, a sinistra la cornice invalicabile di una base militare e a destra una striscia di sabbia senza fine. Non un’insenatura, uno scorcio, un promontorio, nulla. E tutto, nel quadro, è a due dimensioni, anche il mare manca di profondità.
Giorni pigri, ore e ore stravaccati sulle sdraio, abbandonati a un sole caldo che si fa godere, circondati da tutti questi soggetti stilizzati che, ininterrottamente, seguitano un girotondo ipnotico. E dal primo all’ultimo momento della nostra permanenza, dieci giorni che ritagliano quell’eternità, tutto assume la precisione, l’equilibrio e la serenità di uno schema, o di un rito.

In questa cornice si muovono i soggetti, tutti pigramente da destra a sinistra o da sinistra a destra, come percorrendo un filo. Anche le nuvole seguono lo stesso cammino invisibile, ma solo da est a ovest, sospinte dallo stesso vento costante, che non cambia per giorni e giorni, come prodotto da un gigantesco ventilatore nascosto, forse, nella vicina base militare.
È possibile raggruppare le centinaia di soggetti presenti in quattro tipologie: ci sono le famiglie in vacanza, solitamente con uno o due figli, giovani sposi con gli anziani genitori, le venditrici di perle completamente vestite, mani e viso coperti, per non lasciare nemmeno un lembo di pelle al sole (forse per raccontare una vita diversa ai parenti nelle lontane campagne), e coppie giovani e meno giovani, fuse in un unica amorfa entità grazie a sgargianti completini a fiori o a palme multicolori comprati, a caro prezzo, nei negozi dei grandi alberghi.

I personaggi nel quadro svolgono in maniera costante e incessante le loro attività balneari: i venditori di perle (fasulle? Mah!) propongono la loro merce tutti i giorni, più volte, al giorno agli stessi possibili compratori; tutti gli altri popolano la battigia, la maggior parte completamene coperti, o con indosso graziosi costumi a “vestitino”, come da noi negli anni '30. Altri si dedicano invece a un meticoloso seppellimento nella sabbia di amici o familiari o alla costruzione di castelli di sabbia. Tutti, infine - proprio tutti - si fanno fotografare con l’indice e il medio sempre e invariabilmente nel segno della V, senza stancarsi mai. Il bagno poi, con i vestiti addosso e in gruppo, si svolge rigorosamente nei primi metri di mare, spesso con enormi salvagente portati con orgoglio anche per passeggiate sulla riva. Infatti la stragrande maggioranza di questa popolazione ricca e vacanziera non sa nuotare, e non sembra nemmeno interessata alla cosa. In fondo basta fare una foto con un salvagente, con le pinne, la muta da sub e le dita messe a segno di V. E le pose per le fotografie sono sempre le stesse, non più di quattro o cinque, a cui tutti si uniformano sorridenti.

Anche l’ambiente obbedisce a questo spirito di uniformità, spirito che forse a noi occidentali è estraneo, almeno in queste forme plateali: anche noi ci uniformiamo gli uni agli altri, ma forse non ci piace darlo a vedere. I grandi alberghi sulla spiaggia nella loro anonima grandiosità, i campi da beach volley a ricordare le spiagge europee e americane, i bar sulla spiaggia in stile brasiliano, gli stereo che diffondono brani pop americani degli anni '80-'90, le cameriere vestite in pareo polinesiani, la cucina internazionale e alla sera non c’é altra attrazione che un gruppo che canta Simon & Garfunkel e canzoni russe, in omaggio ai tanti avventori, vecchi compagni di quando il male veniva da Ovest. Sembra che tutto voglia riportare a un posto diverso, perché qui in fondo non c'è nulla.
E anche i pescatori se ne accorgono, che dopo tanto tirare a riva chilometri di rete, riescono a rimediare soltanto un paio di orate e qualche triglia.

E forse la mancanza di ogni carattere, l’assenza di particolarità di questo luogo, oltre che dei suoi abitanti e visitatori, ne è la caratteristica principale. Sole caldo, sabbia bianca e mare placido, niente di più. Un non-luogo che non richiede stupore o meraviglia, che non propone alcun confronto, niente che presupponga un approfondimento e un ritorno.

 
 
 
 
 
 
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