Ci sono i film erotici, quelli che abbiamo commentato finora.
E poi c’è questo film.
Che coi film erotici non c’entra nulla, ma forse proprio per questo è diventato un piccolo cult, proprio per il fatto che non è un film erotico ma al tempo stesso è più erotico degli erotici veri. Nel dubbio se esistesse o meno un genere di riferimento per questo film, al Sundance Festival del 2002 hanno sentito il bisogno di inventarselo (John Waters, presidente della giuria, uomo di apprezzabile spirito d’iniziativa ma ahimé scarsa fantasia o eccessivo pudore, che è poi lo stesso, inventò un premio speciale apposta per questa pellicola - “al soggetto più bizzarro” - e lo liquidò così, al primo posto in una categoria inutile quanto il libro dei Guinnes).
Rispetto ai classici film erotici, Secretary non offre scene di nudo, non rimbalza su letti allegri e ruspanti, non suda sesso a tutte le ore, non intreccia pose del Kamasutra, ancor meno espone dettagli fallici o da triangolo dei bermuda in fiore. Però, rispetto ai classici film erotici, ha in più una galleria infinita di istantanee perverse e ritratti cupi, intreccia mazzi di orchidee e collari di pelle, ha sguardi pieni di tenerezza, ha un umorismo fine, l’attesa spasmodica che scorre nelle vene e che non ti fa dormire, ha gocce di delusione, di ferocia, di timidezza, ha il pudore dei sentimenti, la smania, la paura, la consapevolezza, ancora un pizzico di tenerezza, e infine ha l’amore nella più particolare delle forme.
Secretary è la storia di due storie che si incastrano perfettamente. È una storia privata, e noi che guardiamo dal buco della serratura non c’entriamo nulla. È la storia di una ragazza e di un uomo e dei loro giochi. A essere prosaici, è la storia di due che intrecciano un rapporto sado-masochistico basato su piccole ripicche e feroci punizioni, robusti sculaccioni ed errori di battitura. A mio parere, questo è un film erotico. Perché, nella sua follia, è vero, anche nella scena con la sella e la carota; perché ti fa imbarazzare invece di farti eccitare (e se ridi, è solo perché sei imbarazzato) e la cosa è divertente e intrigante; perché ha uno stile impeccabile nel raccontare la perversione. Uno stile che dopo la scena di dettaglio della prima, fatidica, galeotta sculacciata, passa subito ad un’unica sequenza (col sottofondo di Leonard Cohen) di porte chiuse e gemiti, gattonate per terra, orchidee e sguardi severi, per darci l’idea della storia che fiorisce e si sviluppa nella massima armonia. Come in un film normale ci sono le passeggiate al parco, il gelato al luna park, e la dissolvenza finale sotto le lenzuola. Normale. E questo è. Normale. Perché ogni storia ha la sua storia, e voi da fuori cosa ne potete capire.
A livello teorico, il film ipotizza in modo provocatorio l’idea che la pratica di un tipo di masochismo pulito, sano e consapevole, all’interno di un rapporto d’amore, possa essere comunque preferibile rispetto a ricatti, violenze, prevaricazioni e ripicche che sembrano talora far parte integrante del classico pacchetto matrimonio-marito-figli-barbecue della domenica.
A livello di sensazione, beh, non ci sono limiti. Di immagini cui affezionarsi ce ne sono a bizzeffe. Di modelli da imitare anche. La segretaria dalla gonna stretta, l’avvocato tenero e inibito. Le scarpe col tacco, le scrivanie immacolate. Lo sguardo di chi si china a implorare «picchiami». Tanto più che il film, al di là degli specchietti per allodole, offre momenti teneri per cui struggersi, come l’istante in cui lui la manda via («non possiamo farlo tutto il giorno», e viene da chiedersi: «ma perché no?!?»), o quello in cui lei, cocciuta, lo aspetta per giorni sicura che lui tornerà a prenderla.
Insomma: è una storia d’amore con qualche chicca in più.
E se noi ne fossimo capaci, se avessimo più fantasia o meno pudore, saremmo senz’altro più contenti di recarci al lavoro ogni mattina e - chi lo sa - magari più sicuri di noi stessi, per quanto folle possa sembrare.
Potremmo farlo e stufarci dopo poco, oppure farlo e farne una malattia, oppure non farlo senza farne una malattia.
In fondo, il mondo è bello perché è vario.
Ed esistono molti modi per legarsi l’un l’altro, in tutti i sensi.