Giacca antipioggia, pantaloni comodi, zainetto, borraccia con acqua (per stranieri) con tè (per i cinesi), macchina fotografica (per gli appassionati). Se non vi manca nessuna di queste cose, e avete tanta voglia di camminare, allora siete pronti per la visita nelle montagne sacre di E Mei, attorno a ChengDu.
A tutt’oggi sono rimasti solo 200 dei circa 2000 templi e templietti che erano dispersi tra queste montagne di difficille accesso. Poi gli sconvolgimenti politici e sociali degli ani '50 hanno fatto sì che i templi, le persone che vi abitavano e l’indotto fossero eliminati.
Se si dimenticano - o si ignorano - questi avvenimenti del passato, la visita riserva molte spunti panoramici e di riflessione.
Bisogna partire per tempo per riuscire a chiudere, in una giornata, almeno uno dei molti percorsi. Le stradine sono molto ripide e si inerpicano lungo le montagne passando attraverso molti villaggi di contadini le cui famiglie sono ormai dedite al commercio di souvenir più che all’agricoltura, comunque difficile in queste zone. Per noi occidentali è in un certo modo un flashback sulla vita cinese di parecchi decenni fa, dove i ritmi erano più lenti, i riti e le tradizioni avevano un peso maggiore, il rapporto con l’ambiente era meno devastante.
Chi vuole può farsi trasportare a braccia da uno dei molti portantini che lavorano nella zona. Benché tentato, più per curiosità che per pigrizia, ho poi soprasseduto: non mi sembrava comunque rispettoso farsi scarrozzare da persone quasi ridotte al rango di animali da trasporto.
I templi non presentano un’architettura o un arredamento diverso da altri visti in zone più metropolitane. Sicuramente non la pensano così i molti operai che hanno trasportato e che trasportano tuttora il materiale da costruzione a piedi, caricato o sui bilancieri o sulla schiena. Soprattutto le strade di accesso pedonale sono in via di ristrutturazione. Le lastre pesantissime che le costituiscono sono trasportate a schiena dagli operai che, nonostante l’allenamento, sono comunque costretti a fermarsi per riposarsi ogni qualche centinaio di metri.
Anche i riti, al di là dell’apparenza, sono sempre gli stessi e non parlo solo dei templi cinesi buddisti, ma dei templi di tutto il mondo e di tutte le religioni.
Anche qui sperano che le preghiere salgano fino al cielo assieme al fumo degli incensi venduti dai monaci nelle bancarelle. Anche qui, previo il pagamento di una quota, i monaci accendono le lampade ad olio con i foglietti dove vengono confidati dai fedeli, con la speranza di ricevere un aiuto, i problemi grandi e piccoli che devono affrontare quotidianamente. È probabile che anche qui le preghiere rimangano inascoltate e funzionino solo in virtù dello sfogo che rappresentano. Ma questa è un’altra storia.
Senza voler offendere nessuno, rimanendo sul piano del folklore, in queste montagne è la sede di un tempio buddista famoso per il Grande Elefante Bianco che vi è contenuto. La tradizione locale vuole che il fazzoletto benedetto dai monaci strofinato sull’elefante porti buona fortuna. Va da sé che il fazzoletto non è gratis.
Una delle tappe più suggestive è quella che io chiamo la Valle delle Scimmie. Sicuramente non è il suo vero nome, ma rende l’idea. Dietro una gola che chiude la visuale dall’esterno si apre una valle dove le scimmie, appunto, vivono liberamente e fanno da custodi a dei mini templi.
Un consiglio: fate in modo di non capitare a tiro delle nonnine, che sono le vigilesse del parco. Dotate di canne robuste tengono a bada le scimmie: potrebbero sbagliare il colpo e rifilarvi una bastonata.