Sembra un progetto su misura studiato apposta per convincere l’America, e il mondo, che il sogno americano esiste ancora. Che esiste veramente. Gli Stati Uniti sono riusciti a tirare fuori dal cilindro un Obama che sembra in grado di dargli di nuovo quello slancio che i Bush avevano demolito a suon di bombe, in quello che appare come un vero e proprio tentativo di rigenerazione. Hanno votato il 64% degli aventi diritto contro il solito 48-50%. Uno sforzo generazionale di portata storica.
“In questo paese tutto è possibile” ha dichiarato Obama il vincitore, e come prova diretta getta sul piatto il suo curriculum vitae. Figlio di nessuno; un padre nero che ha visto una sola volta nella vita e una madre bianca appartenente alla middle class, per meriti esclusivamente suoi e grazie alle sue sole forze (una cosa inimmaginabile nel nostro paese dove esiste sempre un padrino/santino a cui essere eternamente riconoscenti), Obama studia duro fino alla laurea in legge ad Harvard e supera di gran lunga le sue linee di partenza, confermando che in America esiste l’ascensore sociale.
Anche la candidatura e la successiva corsa alla Casa Bianca ha il sapore del sogno americano. Partito alle primarie democratiche come l’underdog, con pochi soldi ma tante idee, demolisce strada facendo la granitica certezza di Hillary Clinton che, lei si, poteva contare su un apparato finanziario-lobbistico potentissimo. La Clinton viene fatta a pezzi dal giovane Obama e non sa più cosa fare. Piange, ride, poi piange ancora alla disperata ricerca di consensi, ma perde di brutto. L’ultimo duello di Obama è con Mac Cain e non c’è storia. L’unico sussulto arriva dal lancio della candidata repubblicana alla vicepresidenza, la fondamentalista teocon Sarah Palin, ma la donna è così radicale, con la bava alla bocca e il fucile spianato su tutto ciò che appena appena non è destra estrema, da trasformarsi in un boomerang. Ma sia chiaro; Obama ha vinto per meriti suoi, non per demeriti degli avversari. Per aver incarnato fino in fondo e con convinzione il sogno americano del yes we can, che negli ultimi trenta anni era andato perduto. Il perché abbia funzionato in questo modo, lo dice lo stesso Obama nel suo discorso celebrativo:
“La nostra campagna non è stata pianificata nelle grandi sale di Washington, ma nei cortili di Des Moines, nei tinelli di Concord, sotto i portici di Charleston. È stata realizzata da uomini e donne che lavorano, che hanno attinto ai loro scarsi risparmi messi da parte per offrire cinque dollari, dieci dollari, venti dollari alla causa. Il movimento ha preso piede e si è rafforzato grazie ai giovani, che hanno rigettato il mito dell'apatia della loro generazione...”
Niente politica da stanza dei bottoni quindi, ma un movimento. Come negli anni sessanta. Come con Kennedy. Ed aggiunge:
“La risposta è ciò che ha spinto a farsi avanti coloro ai quali per così tanto tempo è stato detto da così tante persone di essere cinici, impauriti, dubbiosi di quello che potevano ottenere mettendo di persona mano alla Storia, per piegarla verso la speranza di un giorno migliore.”
La rinascita nei cuori degli ultimi, i veri detentori del sogno americano. Ed ancora:
“Ci sono madri e padri che resteranno svegli dopo che i loro figli si saranno addormentati e si arrovelleranno chiedendosi se ce la faranno a pagare il mutuo o il conto del medico o a mettere da parte abbastanza soldi per pagare il college. Occorre trovare nuova energia, creare nuovi posti di lavoro, costruire nuove scuole. Occorre far fronte a nuove sfide e rimettere insieme le alleanze. La strada che ci si apre di fronte sarà lunga. La salita sarà erta. Forse non ci riusciremo in un anno e nemmeno in un solo mandato, ma America! Io non ho mai nutrito maggiore speranza di quanta ne nutro questa notte qui insieme a voi. Io vi prometto che noi come popolo ci riusciremo!”
Dopo otto anni di Dio Patria e Famiglia. Di sacrifici e guerra. Di oro alla Patria. Di inni alla guerra e marcette militari. Di terrore paranoide, di lacrime e di sangue, le parole di Obama sembrano venire da un altro pianeta. Un pianeta che gli americani, e non solo, avevano dimenticato. Dove il riscatto è una certezza e la convivenza pacifica una realtà fondata sullo sforzo intelligente collettivo. Dove il futuro si riapre davanti e può essere plasmato dalla volontà. Per questo si parla di Kennedy e di ritorno allo spirito dei padri fondatori. Come in una scenografia studiata a tavolino per garantire l'happy end, alla rozzezza guerriera dei Bush succede l’eleganza, lo spirito consolatorio e salvifico di Obama. Se il primo aveva trasformato il sogno in un incubo abitato da tanti Freddy Krüger, il secondo è qui per dire che l’incubo è finito e si può tornare a sperare. Il plot lo ha scritto il popolo americano in un ritorno alle sue origini migliori. Per il momento però questo popolo, e noi dietro a esso, si trova davanti a due guerre in corso (Iraq e Afghanistan), un conflitto neanche troppo latente con l'Iran, una situazione di perenne tensione in Medio Oriente, relazioni internazionali devastate dalla politica guerrafondaia dei Bush, una crisi finanziaria che sta distruggendo la middle class e un nuovo mondo, la Cindia come la definisce Federico Rampini, determinato a realizzare il suo di sogno.
E veniamo a noi. Noi europei occidentali in piena crisi post moderna, che non possediamo neanche la Naivität per immaginarci una rigenerazione collettiva, certi come siamo di non avere più nulla da dire alla storia, a parte qualche blanda battaglia di retroguardia sui diritti civili. La storia ci è passata sopra con i suoi cingoli appiattendoci al ruolo di comparse a traino. Incapaci di ideare un nostro progetto -ci accontentiamo di aver eliminato la guerra dal continente, illudendoci che prima o poi la stessa cosa accadrà, in base a chissà quale proprietà transitiva, anche al resto del mondo- ci aggrappiamo strenuamente al nostro “sistema Europa” facendo finta di non sapere che senza rigenerazione qualsiasi sistema è destinato a regredire e collassare.
A noi, soggetti ormai ai margini della storia, il successo di Obama potrebbe sembrare un fenomeno costruito a tavolino. Un prodotto di marketing sofisticato di fronte al quale rimaniamo scettici, chiusi nella nostra concezione che il potere sia nella sua essenza sempre inganno, sfruttamento del più debole e perpetuazione delle elite. In quanto soggetti emarginati dalla storia, chi le da del tu con famigliarità ci mette a disagio forse perché ci ricorda quello che non possiamo più fare. Obama poi spiazza ancora di più in quanto il suo discorso non è populista come quello dei neocon. È un intreccio complesso di desideri e dati di fatto che evita accuratamente di strizzare l’occhio alla demagogia. Un discorso sicuramente elegante, ma che arriva a tutti. Un discorso che vorremmo tanto fare noi, se solo ne fossimo capaci.