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Società & Tendenze

Obama, McCain e l'eredità di Bush

 
Il presidente uscente lascia gli Usa in una situazione drammatica. Tocca al successore cambiare rotta. Gli eventi a Genova. Dalla community
 
   

     
4 novembre 2008
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di Enrico Moizo
   
Barack Obama e John McCain
Barack Obama e John McCain
 
Giornate di studio sulle elezioni presidenziali americane

In concomitanza con la giornata delle elezioni presidenziali americane, a Genova si svolge una rassegna di incontri di studio, accompagnati dalla proiezione di film, che si propongono di approfondire i significati di questo importante evento storico. L'iniziativa, curata dalla Provincia di Genova, si avvale della collaborazione del Cerna - Centro di ricerca sul Nord America dell'Università di Genova.

Martedì 4 novembre, ore 17.30 (Sala Sivori)
Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti: saluto del presidente della Provincia Alessandro Repetto e introduzione di Massimo Bacigalupo, direttore del dipartimento di Scienza della Comunicazione Linguistica e Culturale dell'Università. Segue la proiezione del film Arriva John Doe (Meet John Doe, Usa 1941 - con Edward Arnold, Barbara Stanwyck, Walter Brennan, Gary Cooper, regia di Frank Capra)

Martedì 11 novembre, ore 11 (Aula Mazzini, via Balbi 5)
Incontro con Massimo Rubboli e Dennis Redmont, già presidente di Associated Press Italia

Martedì 11 novembre, ore 18 (Società di letture e conversazioni scientifiche - Palazzo Ducale)
Tavola rotonda coordinata da Elisabetta Tonizzi, con Bruno Cartosio (Università di Bergamo) e lo stesso Dennis Redmont. In entrambe le occasioni è presente John J. Hillmeyer, console per stampa e cultura del consolato generale degli Stati Uniti a Milano

Comunque vadano a finire le elezioni negli Stati Uniti, che più che in ogni altra parte del mondo sono una vera e propria sfida mediatica, dove l'immagine conta più del programma politico e la capacità comunicativa più dell'esperienza. Chiunque vincerà dicevo la contesa, tra Obama e McCain, sarà anzitutto l'erede di una pesante sconfitta, quella della politica di Bush, degli ultimi 8 anni di amministrazione del suo Governo e di conseguenza, degli Stati Uniti stessi.

Lascerà così George Dabliu Jr - il 20 gennaio - la Casa Bianca. Solo, con quello sguardo un po' così e quella faccia un po' così, dando qualche poppata al pollicione e cercando di capire come sia successo, lui che voleva passare alla Storia e che ora è da tutti evitato accuratamente come un lebbroso, anche dai suoi più fidati collaboratori. Persino Berlusconi ha smesso di parlare dell'amico George. Un leader caduto senza mai essere stato leader, senza averne mai avuto il carisma, vissuto nell'ombra soffocante del padre e consigliato, usato e spremuto dai poteri economici forti che gli stavano dietro.

Di certo Bush Jr. alla Storia passerà per le problematiche che la sua politica ha sollevato fuori e dentro il Paese. Il mondo lo ha bollato come criminale, o al più come stupido. È anche vero però che l'ex governatore del Texas si è trovato Presidente in un momento storico difficile e tuttavia le sue scelte e la sua inadeguatezza non hanno fatto che scompensare maggiormente  gli equilibri.
E gli errori più grandi, a mio avviso, non sono soltanto quelli su cui tutti puntano ora il dito: l'aver lasciato, ad esempio, al Pakistan il compito di combattere i superstiti di Al Qaeda dopo l'invasione dell'Afghanistan, abbandonando di fatto il Paese. Fu una decisione presa per poter impegnare le forze e invadere l'Iraq; decisione che ha però favorito la riorganizzazione dei Taleban, che oggi controllano gran parte del paese e accrescono il consenso tra la popolazione, impedendo alle due missioni militari occidentali, (nelle quali è impegnata anche l'Italia) di stabilizzarlo.

Macroscopici poi i disastrosi effetti collaterali dell'invasione in Iraq. Non soltanto il sacrificio disumano di vite di civili e militari e le atrocità di cui gli stessi soldati si sono macchiati. Non soltanto lo sforzo economico che tale operazione ha richiesto al popolo americano. Soprattutto, politicamente, la doppia guerra di Bush ha liberato l'Iran dalla stretta dei regimi delle due potenze laterali ostili, l'Iraq di Saddam e l'Afghanistan del Mullah Omar, consegnando a Teheran quella centralità politica che tutti oggi intendono ridimensionare.
Per non parlare dei silenzi imbarazzanti sulla questione Mediorientale in Palestina, un immobilismo che ha spalancato il baratro in cui ora la situazione è precipitata. Un'incapacità diplomatica che ha danneggiato l'immagine stessa della superpotenza americana, mettendo in vetrina il cinismo della "democrazia" che si intendeva esportare.

Nel frattempo, la politica interna è stata lasciata in mano ad un'oligarchia di poteri forti e incapaci di regolamentare o controllare lo sfrenato liberalismo in cui Bush stesso ha sempre creduto. Una politica che ha portato lentamente a quanto tutti abbiamo assistito di recente, all'indebitamento e al tracollo delle Banche e alla crisi economica. Per non parlare di uno stato sociale che continua ad essere inesistente, alla soglia di povertà che aumenta così come la disoccupazione, alle continue stragi da arma da fuoco, al razzismo. Ma queste sono tutte questioni che l'amministrazione Bush non ha nemmeno mai preso in considerazione.

Ecco dunque che chiunque vincerà, raccoglierà anzitutto un'eredità ancora più pesante di quella che raccolse lo stesso Bush, forse paragonabile piuttosto a quella di Roosvelt. Il fattore islamico, sempre più pericoloso soprattutto ora che l'Iran ha acquisito una posizione centrale e di forte richiamo, l'aggressività ritrovata della Russia e la potenza economica della Cina e di altri Paesi in via di sviluppo, saranno i terreni dove confrontarsi e mediare cambiando decisamente rotta, perché la superpotenza americana vacilla e non è più sola.

 
 
 
 
 
 
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