Io c’ero (giovedì 30 ottobre 2008, ndr). Io ero in quel corteo, cosa importa quante persone c'erano? A vederlo pareva infinito. Sembrava di essere travolti da un fiume colorato di cartelli, striscioni, travestimenti e dialetti. E anche se il mio cartellone, in confronto ad altri, pareva misero (un cartoncino bianco, legato intorno al collo con uno spago e la scritta VENDESI, il simbolo del cherubino di Pisa e grande, in rosso, NO 133), anche lui era insieme agli altri in questo fluire di grida accorate, che non importa in quale dialetto fossero: il messaggio era lo stesso. Ed era davvero impossibile non sentirlo.
È impossibile non sentire tutte quelle persone (perché, davvero, non importa se eravamo ottocentomila o un milione, Roma era letteralmente invasa) di ogni età: dalla mamma quarantenne, all’universitario ventenne, fino al bimbo di otto anni, che tentano disperati (esatto: disperati) di rivendicare il potere della loro voce, che dovrebbe essere inequivocabile e intoccabile in un Paese democratico.
Ha detto bene Santoro ad Annozero: indipendentemente dalla causa per cui lotta questa folla colorata, c’è qualcosa che non va. Un’Italia sempre più sull’orlo del naufragio si è mobilitata. Non importa a che ora si sono alzate tutte quelle migliaia di persone, quante ore di pullman o di treno hanno sopportato e per quante ore hanno marciato per le vie della Capitale. C’erano. Sono scese in piazza, armate di determinazione, finalmente tutti insieme, con la voglia di far andare meglio le cose.
Anche in piazza la scuola è riuscita ad elargire un importante insegnamento: sapere è potere, e insieme si può. Si è finalmente azionata di nuovo una macchina che si temeva spenta. Perché il 30 ottobre a Roma, ma anche in tutte le altre città italiane, non c’erano solo i giovani universitari con presunte aspirazioni sessantottine. C’era l’Italia. Tutta. Perché una riforma sulla scuola tocca tutti, nessuno scampa. Tocca tutti i tempi: il passato rappresentato da genitori, timorosi di non poter più permettere al loro figlio di studiare, il presente che siamo noi, che lo viviamo questo presente, siamo più attivi che mai e guai a chi osa richiamarci “bamboccioni”. E poi il futuro.
Futuro prossimo e anteriore, sia il bimbo che lunedì va all’asilo, ignaro di ciò che sta accadendo ma comunque vittima innocente, sia noi studenti, liceali e universitari, che rischiamo di non ottenere quel famigerato foglio di carta che sa di nottate in bianco, libri sfasciati dalle troppe letture e farfalle allo stomaco mentre quel dito scorre sul registro, ancora indeciso sul nome a cui fermarsi.
Mi chiedono se davvero credo serva. Se davvero credo che qualcosa cambierà, o, come in questo caso, non cambierà. Se davvero sono così ingenua da pensare che Beata Ignoranza, o il Ministro Distruzione, di fronte a tale marasma, si ricrederà e rinsavirà. Sinceramente non lo so. Forse non servirà a nulla. O forse sì. Ma almeno credo, canta Ligabue.
Il passato ci insegna che bisogna lottare per avere almeno l’opportunità, non dico la certezza, ma il privilegio del dubbio, di ottenere qualcosa. Il presente ci insegna che questo è l’unico modo per fare qualcosa di concreto, per far vedere che se anche un milione, o ottocentomila, persone non sanno leggere e capire un decreto legge, almeno sanno parlare. Almeno sanno pensare.
Uno dei tanti cartelloni, scritto a pennarello e colorato con evidenziatore giallo, sorretto da una mamma, diceva: Maestro unico, pensiero unico, potere unico. E a chi afferma che a noi universitari questa riforma non tocca rispondo che è vero. È vero che non tocca solo noi. Che non solo noi siamo arrabbiati, eternamente delusi. Lo siamo tutti.
Quindi ritengo che questo non sia il Paese giusto per avere delle certezze. Non so se la nostra “Resistenza
Fisica” ci farà raggiungere l’obiettivo. Ma come abbiamo risposto ad un signore che, dall’ultimo piano di un palazzo di via Cavour, sventola un foglio A4 con scritto Non mollate, la gente come noi non molla mai.
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