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Pride and Glory, una scena del film
Pride and Glory, una scena del film
 

Festival del Cinema: ecco Colin Farrell

 
A Roma con il poliziesco Pride and glory, l'attore hollywoodiano svela: «volevo fare il calciatore». E spiega il carattere di Edward Norton
 
   

     
Roma, 28 ottobre 2008
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   

Quando si dice un tipo casual.
Cappello a tesa stretta, camicia sbottonata sul petto, scarponi senza lacci e capelli a mezza schiena, tutto vestito di nero, Colin Farrell è ciò che viene comunemente definito "un tamarro". Il lato positivo della sua ruspante carica proletaria è l'energia e la disponibilità con cui risponde alle domande, qualità riscontrabili anche nell'aneddoto raccontato da un giornalista.
«Sul set di Alexander le scene di battaglia erano tanto lunghe e faticose che comparse e attori finivano sfiniti. Un giorno è capitato che persino un cavallo si imbizzarrisse per la stanchezza, bloccando le riprese. L'unico a rimanere tranquillo, nonostante tutto, era Colin. Si era avvicinato al cavallo, gli aveva sussurrato qualcosa all'orecchio, e l'animale si era calmato. Mi piacerebbe sapere che gli aveva detto...».
«Che se non si metteva a fare il bravo lo trasformavo in un cazzo di barile di colla».

Farrell è sul palco con il regista Gavin O'Connor per presentare Pride and glory, poliziesco tradizionale pieno di agenti corrotti, spacciatori senza scrupoli, matrimoni in crisi e sovrapposizioni tra legami familiari e professionali. L'etica della divisa che si sovrappone a quella personale, forzando coscienze e scelte.
«Mi interessava fare un discorso sulla corruzione delle istituzioni, che dopo scandali come quelli di Abhu Graib e Guantanamo, in America è particolarmente sentito, e la polizia - il "muro di gomma blu" come lo chiamiamo noi - mi sembrava adatta allo scopo» dice O'Connor, che ha scritto il film con un altro esperto del genere, Joe Carnahan, autore del bellissimo NARC. «Conosco bene l'argomento, perché mio padre era un poliziotto, anche se un poliziotto sui generis: quand'era di pattuglia suonava la chitarra mentre il suo collega componeva poesie. Però aveva anche colleghi più ortodossi, e quando a casa si facevano dei barbecue sentivo raccontare storie che mi sono rimaste dentro».

Avere Farrell a disposizione è una tentazione irresistibile, e dal film l'attenzione si sposta velocemente sul mestiere dell'attore.
«È stato un caso: io volevo giocare a calcio. E in famiglia non si parlava certo di storia o di arte. Fare l'attore mi dà la possibilità di studiare la realtà, di cercare delle risposte. A muovermi è la curiosità, che è anche la qualità più importante che ho trovato nei grandi attori con cui ho lavorato, come Jon Voight o Al Pacino».

Dieci anni di Hollywood ti hanno cambiato?
«Il colore dei capelli... A parte gli scherzi: dopo Alexander ho attraversato un periodo di crisi. Ero "ferito". Il film era andato male, la gente l'aveva visto poco e non ne aveva detto nulla di buono. Mi sembrava di aver tradito tutti: il pubblico e anche la figura di Alessandro, che è meravigliosa. I film mica li si fa per se stessi. Avevo perso la purezza che avevo a 16 anni quando ero entrato per la prima volta in una scuola di recitazione. Ora credo di averla ritrovata».

Che differenza c'è tra un grande film e una piccola produzione?
«Nei film piccoli si può essere più specifici, c'è meno la necessità di accontentare tutti, i produttori in primis. Ma non ho mai avuto l'impressione di aver venduto l'anima per essere finito a Hollywood. L'unica cosa difficile da accettare è avere sempre addosso gli occhi delle persone, anche sul tuo privato. Finire su You Tube. Ma va bene così, non ho intenzione di tirarmi indietro, è una cosa di cui ho parlato anche con i miei cari».

Ti capita spesso di interpretare soldati o poliziotti. Che effetto ti fa?
«Sono personaggi che vivono in uno stato di diritto, con regole ben definite. All'interno di quello stato però è più facile porsi delle domande sul valore di quelle regole e sull'etica in generale. In ogni caso si cerca sempre di trovare una giustificazione anche ai personaggi negativi, come in questo caso: è necessario per comprenderli e interpretarli al meglio».

Chiusura in bellezza. Un giornalista greco chiede ai due se Edward Norton - coprotagonista del film - sia uno stronzo (an asshole) come molti addetti ai lavori lo etichettano.
Farrell ride furbo come chi la sa lunga, e anche O'Connor sghignazza sotto i baffi, accollandosi l'onere della risposta. «Edward può essere una rottura di coglioni (a pain in the ass, per l'esattezza, n.d.R), ma è perché prende molto a cuore tutto quello che fa. Così a volte avevo voglia di strozzarlo e a volte di abbracciarlo. Mi è capitato di chiamarlo per discutere una scena anche la sera del suo giorno di riposo e non si è mai tirato indietro, anzi. Preferisco uno così a uno che fa sempre il bravo ma si impegna la metà».

E il film? Solido, prevedibile, ben recitato, ma senza guizzi (e con almeno una grossa caduta di stile). Non fossimo recenti reduci dal bellissimo I padroni della notte (che viaggia sugli stessi sentieri, ma con ben altra efficacia) potremmo quasi dire che ci è piaciuto.

 
 
 
 
 
 
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