Ed Harris è l'altra faccia del mestiere dell'attore. Quanto Al Pacino è vulcanico, narcisista, istrione, tanto lui è quieto, quasi freddo. Tiene un profilo basso che emerge dalla risposte brevi e precise, mai compiaciute, e da un abbigliamento (abito blu e camicia celeste) che non ha nulla di sofisticato. L'unico guizzo se lo concede quando gli si domanda se non gli piacerebbe prima o poi girare una commedia. «Uno degli attori che ho amato di più è stato Paul Newman: metteva in tutti i ruoli il suo senso dell'umorismo, anche se doveva mangiare dei fagioli nella cella di una prigione. Lo trovo molto interessante. In ogni caso mi piacerebbe fare qualcosa di leggero, sarebbe molto stimolante: e poi io credo di essere un tipo divertente...». E mentre lo dice il suo viso di roccia e polvere si schiude in un sorriso ampio e impacciato.
Ed Harris sembra un cowboy anche quando si trova sul palco dell'auditorium per presentare il suo secondo film da regista e sceneggiatore: Appaloosa, con Viggo Mortensen (sul palco assieme a lui) e Reneé Zellweger. È un western classico, girato con ricercata semplicità, e un'enorme attenzione alla costruzione dei personaggi e delle loro relazioni.
Quali western ti hanno influenzato di più? «Moltissimi. Il primo che mi viene in mente è C'era una volta il west, ma anche tanti altri».
Il film ha uno sguardo fortemente umanista, che condivide con altri due recenti capolavori del genere, anch'essi portati sullo schermo da grandi attori passati alla regia: Kevin Costner (Open range) e Tommy Lee Jones (Le tre sepolture di Melchiades Estrada). Lo conferma lo stesso Mortensen: «Kevin Costner con Open Range ha fatto qualcosa di simile. Appaloosa è un film sui tempi che cambiano e su come uomini che hanno una lunga storia alle spalle cerchino di affrontarli».
Pur nel contesto di una narrazione che ricorre puntualmente ai luoghi comuni della tradizione, dall'assalto degli Apache alla prostituta dal cuore d'oro, il film è tutt'altro che prevedibile, e nella seconda metà lascia letteralmente esplodere le aspettative dello spettatore. Gli elementi più sorprendenti sono il ricorso a dialoghi di ironia tipicamente leoniana (che non si sentivano da un po') e una figura femminile, quella della Zellweger, che ribalta continuamente gli stereotipi che le si potrebbero attribuire: compagna devota prima, opportunista senza scrupoli poi, infine qualcos'altro ancora, che non è facile etichettare (come sempre è la vita).
«L'ironia viene direttamente dal libro di Robert Parker che è all'origine del film» spiega Harris, «l'80% dei dialoghi li abbiamo riportati esattamente com'erano. Per quanto riguarda la protagonista femminile, volevo mostrare una donna che avesse come prima caratteristica quella di volersela e sapersela cavare in ogni situazione, anche a costo di rinunciare a qualche scrupolo».
«Il rapporto tra uomini e donne in Appaloosa è molto originale» continua Mortensen «perché è assolutamente paritario, il che per un western ambientato nell'800 non è tanto comune». Così come non è comune l'attenzione ai dettagli della regia di Harris - priva di qualsiasi esibizionismo, proprio come lui - e il pathos che sprigiona con naturalezza dalla quieta presenza dei due personaggi protagonisti. Appaloosa è un piccolo gioiello che scalda il cuore, sovente ricordando le pagine dei romanzi di Cormac McCarthy. A fine proiezione l'applauso scatta convinto e caldo.
In chiusura da segnalare un altro film che ha scatenato l'entusiasmo collettivo, ovvero il documentario Man on wire, storia del funambolo che alla fine degli anni '70 ha teso clandestinamente un filo tra le Torri Gemelle di New York e ha poi camminato in bilico tra i due palazzi per oltre 40 minuti, a 450 metri di altezza. Un'ora e mezza in cui si racconta con impeccabile stile (come se tutti, regista compreso, avessero sempre sul viso un ghigno birichino senza sapere bene perché) di un uomo che ha unito incredibili vertici di follia e talento in un atto di assoluta, inspiegabile bellezza. In Man on Wire ci sono tanta poesia e tanta verità da camparci per un bel po'.