Dopo il glamour dell'apertura, il Festival di Roma si raccoglie attorno a un delicato lembo di storia tedesca.
I film sono La banda Baader Meinhof e Schattenwelt (Ombre lunghe), ed entrambi si occupano degli anni di piombo tedeschi, nella decade compresa tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Ottanta.
La banda Baader Meinhof, in particolare, arriva a Roma accompagnata da un notevole tam tam: è una delle produzioni più costose della storia della Germania, annovera almeno tre star (inter)nazionali nel cast (Moritz Bleibtreu, visto in Lola Corre, The experiment e Le particelle elementari; Martina Gedeck, la protagonista de Le vite degli altri; e Bruno Ganz) e nei primi dieci giorni di programmazione patria ha già richiamato oltre un milione di spettatori, stimolando infiniti dibattiti storico-politici tra chi l'ha accusato di ridurre i terroristi a un branco di teste calde senza cervello, mortificando così la portata delle loro idee, e chi invece ha additato il regista Uli Edel (Christiana F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino) di simpatizzare con un movimento criminale e assassino. Come a dire: tutto e il contrario di tutto.
Come sempre, allora, cerchiamo di fare ordine.
La banda del titolo era il braccio direttivo e armato della RAF (Rote Armee Fraktion - 'Frazione armata rossa'), un gruppo terroristico fondato dalla giornalista di sinistra Ulrike Meinhof, dalla giovane Gudrun Ensslin, figlia di un pastore protestante, e dal fidanzato Andreas Baader, con lo scopo di dare concretezza alle rivendicazioni politiche studentesche. La sostanza della loro rabbia era una sorta di rigurgito dei figli della generazione nazista, che vedeva nella politica estera americana e nelle istituzioni tedesche, ancora contaminate da personaggi del regime, lo spettro di un fascismo di nuovo incombente.
Il film segue il decorso degli avvenimenti che condussero prima alla nascita del gruppo, quindi ad una escalation di violenza che dai primi atti dimostrativi senza vittime, portò ad una reazione a catena inarrestabile: assassini metodici e persino un attentato in una redazione giornalistica, fino alla cattura del gruppo che, paradossalmente, peggiorò la situazione. Nuove cellule, più incoscienti e spregiudicate, naquero dai primi focolai, il terrorismo nazionale si allacciò a quello arabo, e si arrivò addirittura al dirottamento di un aereo.
Fatte le dovute premesse, il film, se pecca, pecca di un eccesso di spettacolarizzazione (ma avrebbero potuto sostenersi altimenti gli oltre 140 minuti di durata?). La situazione politica interna, l'atteggiamento di sindacati e sinistra democratica, è quasi del tutto ignorato, a favore di una riflessione filosofica, quasi astratta, sulle ragioni della violenza (della sua nascita e del suo autoalimentarsi), incarnata da un lato dai sussulti di coscienza della Meinhof, e dall'altro dalle riflessioni quasi prograssiste messa in bocca proprio al più spietato avversario della banda, il capo della polizia Horst Herald (uno straordinario Bruno Ganz).
Accettata la prevalenza dell'approccio da action concettuale, più che da dramma storico, il film ha comunque molti meriti, primo fra tutti quello di tutelare proprio quell'equilibrio di sguardo che molti, gravati da interminabili code di paglia e malumori manichei, gli rimproverano di mancare.
In conferenza stampa Edel è molto diretto, e non si nasconde dietro a un dito. «Mi sono iscritto all'università proprio nel '68, nel pieno di quelle contestazioni. Pur non avendo la tessera di nessun gruppo ero amico di molti ragazzi che facevano parte di quei movimenti studenteschi che poi degenerarono in cellule terroristiche. Questo film l'ho fatto per i miei figli, che vivono in America. Volevo cercare di risvegliare in loro una passione politica che mi pare questa generazione abbia smarrito. Quello che spero è che il film lasci trasparire quel è il punto oltre il quale ho smesso di condividere i modi della protesta». A questo punto, visto l'opera, ognuno giudichi da sé. L'uscita nelle nostre sale è imminente.
La prospettiva di Schattenwelt è più classicamente tragica. La scarcerazione di un terrorista della Bader-Meinhof a quasi vent'anni dai fatti di sangue in cui fu coinvolto, è il punto d'avvio del piano di vendetta di una donna, misteriosamente coinvolta in uno degli attentati condotti a suo tempo dall'uomo. La catena della colpa, che non si estingue mai del tutto, e la surrealtà di ogni vendetta fuori tempo e fuori contesto storico, sono i sottesti del racconto giallo, che però non sorprende né appassiona mai, gravato da una messa in scena gelida e tutta bloccata.