Al Pacino è un uomo basso, dal sorriso gentile e dallo sguardo intelligente. Dà risposte lunghe e dense, recitate con consumata teatralità, quasi fossero monologhi. Assistere ad una conferenza stampa con lui è uno spettacolo senz'altro superiore alla maggior parte dei film in programma. «Noi attori nella vita recitiamo, mentre nell'arte perseguiamo la verità, la indaghiamo». Sentirlo pronunciare con la sua voce inconfondibile e con la sua dizione perfetta (impressionante: parla in inglese ma sembra italiano) questa battuta, proprio all'apice del suo esibizionismo, è surreale.
La cosa più importante del recitare? «Le prove. La strada per il personaggio è quella per il proprio inconscio, per liberarlo».
Quella più piacevole? «Come diceva Laurence Olivier: andare a bere quando hai finito». È difficile entrare e uscire da un personaggio? «Una volta lo era di più, ora conosco dei trucchi. Ricordo quando giravo Quel pomeriggio di un giorno da cani. Dovemmo tornare sul set a rifare una scena due mesi dopo la fine delle riprese. Non riuscivo più a ritrovare il mio personaggio, non avevo idea di come fare. Un'altra volta, a teatro, ero talmente coinvolto da un ruolo shakespeariano che mi sono ritrovato a recitare le battute di quel personaggio durante un'altro dramma...».
E via così, di curiosità in curiosità, di aneddoto in aneddoto, di esperienza in esperienza.
È difficile per gli attori più giovani recitare con te? «All'inizio sono intimiditi, spesso sono cresciuti amando alcuni film in cui ho recitato. Ma io cerco di fare quello che i grandi hanno fatto con me quando ero giovane. Per esempio Brando sul set del Padrino. Si beve un caffé assieme, o si va a cena, e si lascia che a venir fuori siano le persone e le loro storie. Quando non si vede più il mito ma la persona, poi tutto funziona».
Ed accade anche in Sala Petrassi, e pure piuttosto in fretta. La più grande interpretazione di Al Pacino l'ho vista ieri: recita così bene la parte dell'essere umano che riesci persino a domenticarti che è un dio.
Oggi primo film italiano in concorso, con cast all star: L'uomo che ama. Pierfrancesco Favino è un farmacista che, nell'arco di pochi anni, vive due storie importanti: una volta lascia (Monica Bellucci), un'altra è lasciato (Ksenia Rappaport). Il film è la cronaca dei punti di crollo di queste due relazioni. In sottotrama si raccontano le vicende del fratello minore, omosessuale con un problema cardiaco. Tralasciando il fatto che un omosessuale con un problema cardiaco è tra i personaggi più politicamente corretti che io riesca a immaginare e già di per sé mi stimola acidità di stomaco, il film paga un'eccessiva stereotipizzazione e l'incapacità di bilanciare le turbe emotive dei suoi protagonisti con adeguati stacchi d'ironia. Insomma, tutto troppo serioso e compiaciuto, anche se ad anni luce dai terrificanti teatrini di Ozpetek. Molto bello, invece, il commento musicale composto per il film da Carmen Consoli.
Che è anche l'unica che in conferenza stampa regala un lampo di genio: «Il film l'ho fatto mio. Sono "La donna che ama 'L'uomo che ama'". In pratica sono ingolfata di sofferenza».
Le interviste iniziano con mezz'ora di ritardo sul programma: è facile supporre che spostare tre star italiane sia più complicato che far muovere una colonna di bestiame.
Ai nastri di partenza la situazione si fa subito bunueliana (o polanskiana, decidete voi). Un giornalista chiede alla Bellucci se in questo periodo segue qualche corso di recitazione. Un'altra come ci si senta ad essere così bella, e se sia un problema. Io a questo punto ho già esaurito una riserva di imbarazzo che pensavo mi sarebbe durata fino a Natale.
In mezzo a un grandinata di reciproci complimenti (per lo più orchestrata dalla regista, Maria Sole Tognazzi, che scopriamo essere amica intima e fidata di tutti i presenti - echissenefrega?) emerge qualche dettaglio in più sulla lavorazione. Per esempio che Carmen Consoli ha composto non a film ultimato, ma durante la lavorazione, sulla base della sola sceneggiatura: «Gli attori ascoltavano la sua musica al trucco» ricorda la regista.
Favino, nel frattempo, si confessa: «Ho lasciato e sono stato lasciato, come capita a quasi tutti. Però mentre in musica e letteratura è pieno di uomini in crisi sentimentale, al cinema succede meno spesso. La caratteristica più interessante del mio personaggio è che riesce a farsi attraversare dal dolore senza tramutarlo in rabbia».
Ksenia Rappaport, luminosa e affascinante, ribadisce invece l'amore per il teatro: «domenica sarò a San Pietroburgo, ci vado per una sola replica e poi torno sul set italiano in cui mi trovo ora. Ma il teatro russo è la mia più grande passione e non voglio abbandonarlo».
Oggi è anche la giornata di 8: otto cortometraggi sugli obiettivi umanitari che le Nazioni Unite hanno sancito come primari per il nuovo millennio. Tanti registi importanti ma esiti discontinui: le cose migliori sono il bellissimo racconto sul degrado climatico di Jane Campion, e quello sull'amicizia tra un padre islandese separato e un ragazzo africano di Gael Garcia Bernal. In quest'ultimo, in una singola inquadratura, l'uomo saluta l'ex moglie che sta sulla veranda di casa, da lontano, con un cenno della mano, e poi se ne va tranquillo. C'è più poesia e vita in quel gesto che in tutto il film della Tognazzi. Purtroppo gli italiani sembrano non essere geneticamente in grado di capire che meno si mostra e si esplicita, e meglio è.