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Spettacoli
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 'Spell - Dolce mattatoio', conosciuto anche come: 'L'uomo, la donna, la bestia'
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E ora vi recensisco 'sto pornazzo |
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| Un paesino della provincia italiana. Feste patronali, lotterie parrocchiali, vita agreste... e perversioni sessuali. Tengi racconta 'Spell' |
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Siamo in un paesino della provincia italiana negli anni '70, diviso tra seguaci di Don Camillo e compagni di Peppone. A tratteggiare il bel quadretto di un’Italia che non c’è più (ma che fu dei nostri genitori, e anche un pochino nostra), contribuiscono le immagini caratteristiche delle feste di paese, delle lotterie organizzate dalla parrocchia, dei giochi di piazza col palo della cuccagna e la ricca pentolaccia da spaccare col bastone.
Felicità composta, chiacchiericcio da comari, rosari sgranati, vita agreste e… perversioni erotiche. Lontano dagli stereotipi che vogliono le donne sessualmente inquiete ma in fondo paghe di stare ai fornelli, qui troviamo personaggi di ogni genere e per tutti i gusti. Abbiamo la moglie pazza del comunista pentito, quel gran porco del macellaio che si accoppia con i bovini appesi al gancio della cella frigorifera, la ragazzina messa incinta dal padre, la prostituta gaudente, il maresciallo “pane amore e fantasia” (e sesso a pagamento) e infine il bel vagabondo tenebroso che vaga per il paese spargendo ormoni e che alla fine (per davvero o solo nell’immaginazione) finirà a letto con tutte le villane. Ed è proprio lui il filo conduttore delle diverse storie, colui che farà felici le donne col grembiule, anche solo per qualche breve istante (quasi ne avessero avuto bisogno, senza il coraggio di ammetterlo: chi d’amore, chi solo di comprensione, chi di una sana trombata), sino alla scena finale della grande festa di piazza in cui tutti ballano felici, e in cui tutti i contrasti sono sanati al ritmo di mazurka, sotto lo sguardo benevolo del giovane prete. Una sola donna rimane a casa, ed è proprio la moglie pazza, che sfogherà le sue fantasie represse uccidendo il marito (ma non prima di essersi lasciata andare - in tutti i sensi - ad un rapporto che sa tanto del Salò pasoliniano - e poveretto quello che le stava sotto).
In alcune scene viene da pensare che se Dario Argento si fosse lanciato, lui e il suo gatto a nove code, nel genere erotico, probabilmente avrebbe fatto un film così. Il film ha una musica fichissima, e pullula di scene tra il trash e l'inquietante, che non suonano neanche così strane. Quanto si tratta di simbolismo (e qui ce n’è a iosa), tutto si può dire per spiegare l’inspiegabile, e tutto sembra avere una ragion d’essere. La donna sdraiata sul tavolo da biliardo a prendere la “palla in buca”, le allucinazioni del macellaio in cui vedrà la donna infilarsi un occhio bovino proprio in quel posto, la fantasia erotica della contadina col bel sacerdote (e il suo bianco colletto inamidato), il fotogramma ricorrente con l’occhio del gallo (che paura), la nascita del vitello, la gallina cucinata in umido. Angoscia esistenziale dei membri di una piccola comunità, piccole grandi verità spiate dal buco della serratura, silenzi e inquietudini.
Sotto la coltre del perbenismo, all’ombra della cattolica compassione che ci vuole tutti bambini intenti a vendere biglietti della lotteria della vita per avere in premio il santino e il regno dei cieli, si muove una critica severa che non risparmia né la chiesa né la politica. Unica verità genuina e incorrotta sono le pulsioni sessuali, che si scaricano crudeli sulle nostre povere pie donne, sante in chiesa e sgualdrine a letto, mentre gli uomini stanno a guardare - come al solito - schiavi e impotenti. E che se anche sono libere di fare un po’ quello che vogliono sotto le lenzuola, le suddette pie donne, non devono comunque dimenticare di presentarsi in piazza per la festa del Santo Patrono, al cospetto dell’intero paese riunito, con la banda che suona. Progressista e porcelloso, in stile vintage. Davvero bello.
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| L'occasione della settimana |
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