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La Diaz disegnata da Christian Mirra

 
La soggettiva del fumettista vittima delle violenze durante il G8. Il suo lavoro e i ricordi di quella notte. La nostra intervista
 
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Genova, 11 agosto 2008
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di
Marianna
Norese
   
g8 genova

Christian Mirra è illustratore free lance. È italiano, di Benevento, e vive da nove anni all’estero, da tre ad Amsterdam. Lo contattiamo per saperne di più sul suo ultimo lavoro Ricordi della Diaz, un graphic novel che racconta la sua esperienza di vittima di pestaggio nella notte del 21 luglio 2001 alla Diaz, durante il G8 di Genova.
L’idea nasce quattro anni fa con uno storyboard. Ora il lavoro è quasi terminato: 34 tavole in bianco e nero in attesa di trovare un editore. «Credo nella grande potenza didattica del fumetto - afferma Christian - e poi è la maniera migliore che ho di raccontare. Il fumetto dà al lettore la possibilità di vivere in prima persona il racconto e di partecipare alla creazione riempiendo i vuoti tra una vignetta e l’altra. Non detta i tempi come il documentario, ma lascia liberi di scegliere quando interrompere e di credere o meno in quello che si legge».

Ricordi della Diaz nasce da una tua necessità di mettere nero su bianco quello che ti è successo o avevi un intento più divulgativo?
«Entrambe le cose. Il fatto di avere trasformato l’esperienza più brutta della mia vita in un atto creativo sicuramente mi fa bene. A parte questo, c’è comunque la volontà di diffondere la storia, di lasciare memoria di quello che è stato. Credo che dei fatti del G8 si continui a parlare male: manifestanti contro polizia, come se fosse una partita di calcio. Per non parlare della copertura politica alla vicenda, che parla solo di devastazione della città. Certo i devastatori devono essere puniti per quello che hanno fatto. Solo che c’è una sproporzione giuridica tra chi magari ha rotto un vetro e si becca 10 anni di carcere e chi ha torturato dei ragazzi ed è stato promosso alle più alte cariche dello Stato. Non si può fare di tutti i manifestanti, come di tutta la polizia, di tutta l’erba un fascio. Nella mia storia però non parlo di questo. È la mia testimonianza diretta, non un’accusa contro i poliziotti. Ho cercato di evitare qualsiasi sfumatura ideologica». 

In questo senso il tuo fumetto presenta un altro punto di vista, soggettivo, rispetto al fumetto Dossier Genova G8, che ripropone fedelmente il rapporto della Procura di Genova sui fatti della Diaz.
«L'ho letto. Meno male che esistono anche lavori come quello che danno una visione oggettiva. A me stesso è servito a chiarire la dinamica di alcuni fatti».   

Peccato che il tuo ricordo di Genova sia legato a un’esperienza così drammatica.
«Comunque riesco a separare l’esperienza che ho vissuto dalla città. Genova è bellissima e ho incontrato molta gente che ha espresso solidarietà. Mi è sembrata una città generosa. All’incontro, in occasione della mostra (Al lavoro, Genova chiama, in cui erano esposte alcune tavole di Ricordi della Diaz, n.d.r) con il sindaco Vincenzi, invece, non ho gradito che dicesse che il trauma è finito e che Genova deve diventare la Città dei Diritti. In realtà il trauma c’è ancora. Non credo che in Italia ci possa essere una Città dei Diritti, se pensi che dopo i fatti di Bolzaneto ancora non esiste una legge sulla tortura».

Quest’anno ricorre il ventennale della morte di Andrea Pazienza. Cosa mi dici di lui?
«Sono un suo grande ammiratore. Qualsiasi cosa nelle sue mani diventava strumento di disegno. Lui disegnava in presa diretta, mentre i comuni mortali hanno bisogno di fare schizzi, organizzare il layout ect. Pazienza aveva l’incredibile capacità di usare stili diversi all’interno dello stesso lavoro. Adattava il proprio stile all’immagine che doveva creare. Dall’iperrealismo all’astrattismo senza soluzione di continuità. Credo che a lui non importasse seguire delle regole. Non ci pensava neanche. Era uno che sperimentava e basta».

Altri da cui hai imparato?
«Per la parte tecnica, disegnatori come Scott McCloud e David Chelsea, che hanno scritto libri in cui spiegano a fumetti le tecniche del fumetto. Art Spiegelman (direttore della rivista di fumetti e grafica Raw n.d.r.) e Marjane Satrapi (illustratrice iraniana autrice di Persepolis n.d.r.), invece, come generi. Lo stesso Pazienza per quanto riguarda la sperimentazione degli stili che cambiano a seconda del momento del racconto. È quello che cerco di fare anch’io. Se vedi nelle prime tavole lo stile è più morbido. Poi nelle vignette del pestaggio diventa più realistico a sottolineare la crudezza della scena».

Da occhio esterno cosa ne pensi dell’Italia?
«Io me ne sono andato non perché non ci potevo più stare. Volevo solo farmi 7-8 mesi in Spagna per imparare lo spagnolo. Poi mi sono trovato talmente bene fuori che adesso non vedo più il ritorno. Mi piacerebbe tornare, ma credo che adesso l’Italia abbia toccato il fondo, che stia scavando fino a quando incontrerà un baratro in cui cadere». 

 
 
 
 
 
 
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