Martedì 15 Luglio, Campi profughi Saharawi, El Aayun
Ore 07.00: suona la sveglia per il gruppo. Oggi finalmente inizia la fase di maggior valore per i volontari: la distribuzione diretta alle famiglie; la prima wilaya dove verrà effettuata si chiama El Aayun, nome che fu della capitale del Sahara Occidentale negli antecedenti alla guerra e dove ad aspettare gli aiuti umanitari, raccolti grazie alla generosità di tutta la popolazione ligure, ci saranno 601 famiglie, le più bisognose della popolazione di questo villaggio.
Ogni famiglia riceverà un pacco da 20 kg di generi alimentari vari: 4 kg di riso, 2 kg di pasta, 5 kg di farina, 2 kg di zucchero, 1 kg di sale, 3 barattoli di pomodori, 3 barattoli di legumi, 4 scatolette di tonno, 4 scatolette di carne, 1 barattolo di miele e un pacco di biscotti; due kit di materiale didattico, ciascuno con all’interno: 2 quaderni grandi, 2 quaderni piccoli, 2 matite, 2 penne, 6 colori, un temperino e una gomma; due giochi per bambini ed un paio di occhiali da sole.
Per arrivare alla wilaya prestabilita la strada da fare è quella che porta verso Tindouf, ultima città in terra algerina. Poco prima del bivio per le due direzioni, un check point arresta i passanti per controllare che tutti siano forniti del pass necessario. Questo è il modo con cui l’Algeria controlla l’entrata e l’uscita dai campi.
Al passaggio della macchina che accompagna i volontari i militari non danno il permesso di passare: il comando algerino ha dato nuove disposizioni per il passaggio ed ora c’è bisogno di un altro tipo di permesso; l’assurdità è che è lo stesso militare a suggerire allo staff di missione di passare attraverso il deserto che costeggia la strada.
Durante l’attraversamento nel deserto Stefano rilascia una intervista a RAI News 24, che ogni due giorni segue lo svilupparsi della missione.
Sono le ore 10.30 quando i volontari arrivano nella wilaya di destinazione; il problema è che anche il camion contenente gli aiuti era sprovvisto dei nuovi documenti ed è stato costretto a passare nel deserto. Bisogna aspettare le ore 11.30 prima che il camion raggiunga i volontari.
A causa di questo contrattempo la distribuzione inizia alle 12.00; il caldo è già elevatissimo; persino alcune donne presenti per ricevere gli aiuti desistono dall’aspettare la distribuzione, incaricando parenti o vicini a tenerle da parte il pacco.
Sono le ore 14.30; le Daire (quartieri) in cui è avvenuto la distribuzione fino a questo momento sono tre; ne mancherebbero altrettante, ma questa è l’ora del massimo calore qui nei campi profughi; si decide di visitare ancora una daira; le due rimanenti dovranno essere aggiunte al lavoro di domani.
Alle 15.20 termina questo primo giorno di distribuzione. Basta il sorriso di un bambino o la riconoscenza di un anziano per essere ripagati dal caldo e dalla fatica. Il tempo di mangiare qualcosa e riposarsi un attimo ed è il momento di recarsi all’incontro istituzionale con il Ministro della Cooperazione fissato per le ore 18.00. Music for Peace è ormai nota all’alto rappresentante del popolo Saharawi, che apprezza in particolar modo la grande opera di sensibilizzazione svolta dall’associazione.
È motivo di grande soddisfazione per tutti i volontari di Music fo Peace sapere che il loro lavoro (dalla sensibilizzazione sulle piazze, al progetto educativo, alla raccolta di generi di prima necessità e non di denaro, fino alla preparazione dei container e la distribuzione diretta di questi) viene definito dal Ministro come straordinario.
«Il vostro pacco di aiuti» commenta «arriva in un momento in cui i Saharawi soffrono di una grande scarsità di cibo, dovuto al mancato adempimento degli accordi stipulati con l’ONU nell’ambito del PAM (programma di alimentazione mondiale)».
Parlando poi della questione del Referendum atteso ormai da 17 anni, la denuncia del Ministro cade sul Marocco, che ha come unico scopo quello di legittimare la propria posizione di potenza occupante, non lasciando alcuno spazio per il dialogo.
C’è ancora il tempo per recarsi nella sedia della Media Luna Roja Saharawi per iniziare a sbrigare le primissime pratiche burocratiche delle avvenute consegne. Terminano gli impegni.
Domani sarà una giornata piena per i ragazzi dell’associazione, stanchi ma contenti per il lavoro finora svolto.
Lunedì 14 Luglio, Campi profughi Saharawi
Quest’oggi i volontari sono svegliati da un evento insolito per questa stagione: il freddo della notte del deserto.
Durante il viaggio in macchina verso il magazzino di Rabuni, dove oggi il gruppo dovrà terminare la divisione del materiale umanitario per la distribuzione, una voce femminile dalla radio incita chi vive nei territori occupati nel Sahara Occidentale a resistere ai soprusi dell’esercito marocchino. Si chiama Melatu Haidah e fa parte di un gruppo di resistenza pacifica di Smara.
Alle ore 08.30 i volontari sono nel magazzino di Rabuni. Nell’attesa dell’arrivo del responsabile per la movimentazione dei container, la squadra di missione fa la conoscenza di un gruppo di cooperanti spagnoli, della Asociaciòn de los amigos del pueblo Saharawi de Estremadura, che con molta simpatia danno una mano a scaricare gli aiuti.
Per le ore 12.00 i volontari incontrano Suelem Mahamed Salem, responsabile del centro per celiaci, al quale consegnano i 200 kg di materiale specifico raccolto.
Arriva anche questa mattina il momento di terminare il lavoro. Sono le 13.00 e la temperatura è ormai sopra i 50°.
Tornati a casa nella wilaya 27 de Febrero, Mariem delizia il gruppo con un ottimo cous-cous, mangiato, come da tradizione, con le mani.
In questa giornata relativamente tranquilla, arriva dall’Italia una notizia che rammarica i componenti dell’associazione: il Comune di Genova, che avrebbe dovuto essere uno dei maggiori partner del Progetto Solidarbus 2008, ha negato il finanziamento all’associazione per un errore di forma nella compilazione del bando di concorso.
Da parte dell’associazione non vi è alcuna perplessità nel riconoscere l’importanza della parte burocratica del lavoro di cooperazione internazionale, ma è altrettanto spiacevole vedere come può essere messa a repentaglio la possibilità di concretizzare il lato pratico di questo lavoro, ovvero aiutare chi non ha la fortuna di vivere nel nostro agiato mondo occidentale, a causa di un errore di distrazione o una svista.
Forse, vivendo (anche se per poco) con coloro i quali hanno innanzitutto il problema di come riuscire a sopravvivere alle dure condizioni di vita che il destino ha voluto assegnare loro, viene da dare più importanza, a torto o a ragione, al contenuto piuttosto che alla forma.
L’amarezza per la notizia accompagnerà la notte della squadra di missione, contenta, ad ogni modo, di iniziare finalmente domani la distribuzione: la sveglia suonerà alle 06.30 per recarsi al El Aayun, wilaya che ha preso il nome da quella che era la capitale Saharawi nel territorio del Sahara Occidentale prima della guerra.
Domenica 13 Luglio, Campi profughi Saharawi
Le prime luci dell’alba sono la sveglia naturale dei volontari, che alle ore 06.30 si apprestano a preparare il caffè. L’impegno di oggi è quello di scaricare gli aiuti dai tre autobus e da due dei sei container e prepararli per la distribuzione. Durante lo spostamento, la macchina che accompagna i volontari alla wilaya di rabuni diventa un improvvisato taxi per le persone che si spostano da un villaggio all’altro.
Alle ore 08.30 inizia lo scaricamento e la sistemazione degli aiuti all’interno dei tre autobus.
Una squadra di lavoratori locali condivide sudore e fatica con i volontari di Music for Peace, aiutandoli nell’operazione.
Lo scarico dei tre autobus sembra non avere fine. Sono le ore 11.30 ed il sole, ormai alto nel cielo, non dà tregua al gruppo.
Alle ore 12.30 il materiale all’interno dei tre autobus è stato stivato dentro due grandi rimorchi da 40 piedi ed è pronto per essere distribuito.
I volontari a questo punto vorrebbero continuare il lavoro e procedere con la sistemazione degli altri due container ma, come ieri, la temperatura ormai prossima ai 50° non permette il proseguimento del lavoro.
Durante la mattinata una constatazione colpisce i volontari; gli uomini che hanno dato una mano al gruppo erano tutti evidentemente segnati dalle dure condizioni di vita del luogo; profonde rughe solcavano i loro visi e un’errata alimentazione dovuta alla costante emergenza alimentare gli ha privati di molti denti. Cercando informazioni, gli operatori scoprono che la speranza di vita nei campi si attesta in un massimo di 60/65 anni. A questo proposito, Ammi ricorda ai volontari un antico detto africano, tristemente dimenticato nella nostra società: quando muore un anziano è come se una biblioteca bruciasse.
I volontari tornano nella loro casa di adozione e dopo un buon piatto di lenticchie provvedono a pianificare le prossime giornate: il ritorno a Genova è stabilito per il giorno di sabato 26 luglio, quindi la squadra ha a disposizione 12 giorni per effettuare la distribuzione nelle 5 wilaye (una delle quali, Dajla, si trova a 170 km di strada sterrata dai campi e forse comporterà l’impiego di due giorni), per visitare Tifarity, unica città nei territori liberati del Sahara Occidentale antistanti il muro, che dista 400 km dai campi profughi, effettuare gli incontri istituzionali, visitare gli ospedali e la scuola e raccogliere le testimonianze di che ha avuto la terribile esperienza nella vita di essere imprigionato e torturato nelle carceri marocchine presenti nel Sahara Occidentale.
Durante il pomeriggio, Stefano e Giuseppe mandano avanti il lavoro su foto e diario di bordo.
Alle ore 19.00 i volontari ricevono la visita di Alejandra Scalabrini, referente in loco della Asociaciòn de los amigos del pueblo Saharawi de Castilla y Leon, conosciuta nel Centro Culturale Saharawi di Algeri.
La cooperante è rimasta molto colpita dal lavoro di Music for Peace, appreso tramite la visione delle foto commentate dai volontari e ha altresì permesso ai volontari di apprendere diverse informazioni sulla vita dei campi, dato che lei e la sua ONG sono presenti sul territorio Saharawi al 2003.
Si è parlato della struttura elettorale dei campi, che ricalca il modello americano: la popolazione elegge dei rappresentanti che a loro volta eleggeranno il presidente della repubblica, che con la su figura tiene unita una popolazione che fino al 1975 presentava una struttura tribale.
Un altro argomento toccato è stato quello delle pressioni subite dalle due maggiori ONG operanti sul territorio da parte del Marocco, storicamente appoggiato dalla Francia. L’obiettivo della potenza occupante i territori del Sahara Occidentale è quello di tagliare le gambe alla resistenza: nei territori occupati mediante la forza, nei campi profughi cercando di interferire sul lavoro di sostegno umanitario alla popolazione; la garanzia per il popolo saharawi è l’appoggio dell’Algeria, nazione al di fuori delle pressioni marocchine.
Per quanto riguarda la Spagna, la situazione è ambigua: se da una parte la popolazione e le associazioni iberiche sono le più presenti nel territorio dei campi, dall’altra il Governo Spagnolo adotta spesso una posizione passiva nei confronti della politica oppressiva del suo vicino africano, in cambio di una promessa di controllo sull’immigrazione clandestina ed il traffico di droga presenti sulle coste.
A terminare la piacevolissima conversazione un’amara constatazione: la disillusione e la poca speranza nel futuro trasmessa dai discorsi dei giovani nati e cresciuti nei campi profughi, che nasconde dietro di sé il pericolo latente del ritorno alla lotta armata.
Contemporaneamente Stefano riceve Fatma Balah, direttrice della Escuela 27 de Febrero, che accoglie la scuola e l’ospedale pubblico della wilaya, alla quale l’associazione donerà 1 frigorifero, 1 computer, 1 stampante un fax, 1 scanner, giocattoli vari, 10 biciclette e sopratutto una delle due poltrone odontoiatriche date in dono a Music for Peace, che serviranno ad attivare un laboratorio dentistico, di fondamentale importanza qui nei campi.
Giunge l’ora dei saluti, i volontari si apprestano a passare un’altra notte sotto le stelle.