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Il demo degli Stonegarden

 
Un rock d'altri tempi. Ascoltarlo ad occhi chiusi ti sembra di viaggiare su una statale del Nevada. Ancora un po' acerbi, ma decisi
 
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18 luglio 2008
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di Simone Moi
   
Stonegarden

Disco ben suonato e adeguatamente arrangiato in cui non mancano né i lampi di genio né le ingenuità ed i passaggi fuori luogo. Il demo degli Stonegarden, di tre tracce, si apre con una dolcezza e una malinconia d’altri tempi che sfocia altresì ben presto in un rock canonico di quelli che, chiudendo gli occhi, ti portano a viaggiare da passeggero accovacciato nel sedile posteriore di una decappottabile fiammante su una statale del Nevada, destinazione California, come da copione del più classico film On The Road di stampo americano adolescenziale.

Le visioni scaturite dall’ascolto sono quelle dei giovani sognatori, in grado, seppur timidamente, di mettersi in gioco e di scovare nuovi orizzonti, talvolta in modo fuorviante, come nell’ assolo di tastiera in Just 2 Steps, che devia malauguratamente e inevitabilmente l’attenzione dell’ascoltatore sul lavoro del tecnico del suono - infelicemente determinante - piuttosto che sull’estro del musicista che effettivamente l’ha composto e suonato.
L'impressione, giunti alla seconda traccia - Run, brano che inizialmente rievoca quella generazione di hard rock che ha reso famosi personaggi come i Van Halen, per poi svenire su se stesso senza mai esplodere - è che la cantante non voglia raggiungere il suo limite, quasi abbia il timore o la timidezza di strafare, quasi non abbia la coscienza che nelle sue corde vocali ci sia molto più di ciò che riesca a far intendere.

Fattore che mi lascia perplesso sono i finali delle canzoni, che per tre volte muoiono lì su due piedi, lasciandoti un attimo disorientato, non facendoti capacitare di come i talentuosi musicisti che tutto sommato hai appena gradito non siano riusciti a trovare delle chiusure adatte al genere a cui fanno espressamente riferimento. Personalmente avrei visto meglio stacchi netti o, perché no, anche qualche fade out strumentale che non guasta mai.

Nota di merito sulle seconde voci e sui cori in tutte le canzoni, molto curati e piazzati con parsimoniosa arguzia. Allo stesso modo ho trovato molto positivi gli assoli di chitarra ed i riff, che non si rivelano mai troppo invasivi trascendendo un’ottima tecnica e un indelicato utilizzo dell’effettistica, che fiorisce maggiormente nella terza ed ultima traccia, A Reason, canzone che sboccia così felicemente inaspettata, a mio parere la migliore del disco e anche l’unica in cui la cantante finalmente sfodera un tocco di salutare cattiveria dal suo diaframma.

Tirando le somme, quello degli Stonegarden è un lavoro positivo, preciso ed efficace, con una sezione ritmica un poco latitante ma ordinata; lavoro che riesce a dare l’impressione che i membri della band abbiano ben chiaro in mente quale sia la strada che vogliono percorrere, seppur rimanendo in alcune circostanze ancora un tantino acerbo e paradossale.

 
 
 
 
 
 
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