Allora mettiamola così. Io sono la guida turistica e voi il gruppetto di giapponesi. La gita ha inizio ai titoli di testa del film. Io reggo un ombrellino rosa, così mi riconoscete.
Disponetevi a semicerchio davanti a me. Breve introduzione al film che vedremo. In quest’opera, il regista delinea con pesante tratteggio la conseguenza più scontata di una storia di sesso tra un uomo e una donna: uno dei due finisce per credere di essere innamorato. Toni scuri, plumbee campiture color fumo di Londra, dense ombreggiature sulla vita dei personaggi. Totale assenza di pennellate umoristiche.
Domande? Sì, ci sono scene esplicite. Prego, per di qua. Che dite? Non vi interessano le scene di sesso. Ma avete pagato il biglietto…
Allora, facciamo così. I signori che fossero interessati a godersi le scene di sesso mi seguano per di qua. Gli altri, possono mandare avanti veloce per 30 minuti. Ci troviamo tutti quanti dopo le copule, seguite l’ombrellino mi raccomando.
Bene. Gli amplessi che potete vedere in questa sala hanno più o meno la stessa composizione cromatica: lei arriva a casa di lui, sempre di mercoledì, iniziano a sospirare, si spogliano ognuno per conto suo, si appiccicano come due ventose, lui si mette il preservativo, quindi lo fanno. Lui viene rumorosamente. Dopodiché, si staccano, pedata nel sedere e ciao. L’autore concede solo timide varianti all’eccitazione di lui, che ora la possiede animalescamente, ora no (notate i graffi sulla tela), e alla disponibilità di lei (notate il feticcio fallico cui si rivolge adorante la figura femminile).
Bene, le sale degli amplessi sono terminate. Rimettete le fotocamere nella custodia e recuperiamo il gruppetto dei timidi. Possiamo ora avventurarci lungo i siparietti degli amici di lui (l’intento farsesco è evidente ma poco riuscito). Dopodiché svoltiamo verso il nodo cruciale del film. Quando lui decide di pedinare lei. Non gli va bene trombarsela e basta, vuole saperne di più. E scopre che è una madre di famiglia con ambizioni da attrice. E lei scopre che lui ha scoperto. E lui conosce il marito di lei, che tutte le sere attende che finisca la replica dello spettacolo, e giocano a biliardo come veri uomini (notate la pancia prominente del marito, simbolo di abbondanza).
Ecco, ora ci tocca percorrere un labirinto di parole, di frasi dette e non dette, di piccoli gesti e grandi nervosismi tra i due uomini. Si capisce che il marito sa ma non parla. E che l’uomo del mercoledì ha tanta voglia di far scoppiare un casino. Sì, non è molto chiaro, lo ammetto. Le espressioni dei visi non sono nitide, ma piuttosto confuse, opache. E anche volendo affidarsi alla guida su carta, le didascalie sono un po’ banali. Passiamo oltre.
Oh, ecco la stanza più divertente. Proprio quando lui inizia a bullarsi con l’amico del fatto che vuole troncare la relazione, ecco che lei gli tira una buca clamorosa, di mercoledì. E lui si dà dell’idiota per aver peccato di superbia e - magari - capisce di amarla. È una supposizione, sia chiaro, sul depliant non c’è scritto. Però il quadro è realistico, lo ammetterete. Capita spesso che quando alziamo la cresta, la vita ci bastona.
Seguitemi. Si sbrighino i ritardatari. Dobbiamo vederci per forza la sala della litigata, quella del facciamo pace, quella in cui lui chiede a lei di restare, quella in cui lei parla col marito di sogni irreallizzabili. Volete sapere se lei resta con la famiglia oppure no? Oh beh, non è questa gran sorpresa. Leggetevi il depliant, se non l’avete capito.
Sì, lo so, vi siete un po’ persi. Corridoi, stanze, quadri accatastati uno sull’altro. Del resto l’organizzazione di questo museo non ha messo a disposizione neanche una piantina.
Ah, dimenticavo. L’ultima sala è una scena di sesso. In piedi. Carina.
Lascia un bel ricordo del tour, diciamo.
Prego il solito gruppo di timidi di avviarsi direttamente verso l’uscita.
Tutti gli altri possono scattare foto, così se le possono riguardare a casa, con calma, da soli.
Grazie per l’attenzione.