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A scuola si va per imparare. E basta?

 
Prima di tutto viene il dialogo. Un nuovo approccio meno burocratico che guardi allo studente come ad un individuo con bisogni e richieste
 
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28 giugno 2008
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di Maurizio Parodi
   

A scuola si va per imparare: la scuola deve insegnare.
Sembrerebbe una dichiarazione ineccepibile, ancorché perentoria, ma può risultare pericoloso l’eccesso di semplificazione pedagogica.
Anche i più irriducibili tra i docenti consacrati alla pura trasmissione dei contenuti disciplinari, devono piegarsi a questa ineluttabile evidenza: se nella classe non si crea un’atmosfera di fiduciosa aspettativa, di positiva relazionalità, di reale accettazione, gli studenti non potranno concentrarsi sull’apprendimento del sapere, perché la loro energia sarà utilizzata per affrontare le difficoltà dovute a rapporti interpersonali conflittuali o regressivi.
L’attenzione al clima della classe, alla condizione socio-affettiva degli alunni, alle emozioni che animano il singolo e il gruppo è dunque per l’insegnante un impegno ineludibile.
Le relazioni interne al gruppo, del quale l’adulto è parte rilevante, costituiscono il livello più profondo dell’esperienza scolastica, la parte sommersa, spesso ignorata più o meno intenzionalmente, contro la quale urtano gli interventi didattici meramente addestrativi e naufraga l’insegnamento rivolto ai soli aspetti cognitivi dell’apprendimento, la parte emergente dell’esperienza scolastica.
L'alternativa consiste nel pensare il primo approccio alla scuola in termini non burocratici, mostrando ai nuovi alunni una (doverosa) disponibilità all'accoglienza, all'ascolto, al riconoscimento di bisogni e richieste; guidando con sollecitudine l'ingresso, senza blandire con illusorie promesse di estemporaneità e disimpegno, ma palesando, sin dal primo giorno, la volontà di coniugare qualità cognitiva e autenticità affettiva, l'impegno (irrinunciabile) a proporre attività significative e a riconoscere nell'utente un soggetto portatore di bisogni e richieste, ma anche di risorse ed energie, un individuo capace d’iniziativa e proposta.
Di qui l'attenzione alla continuità del processo di crescita, alla storia del bambino, e l'impegno a che i passaggi più significativi e importanti, quali il debutto scolastico, non procurino traumi, disagi profondi o regressioni.
Un'attenzione che non può venir meno con il passare degli anni (scolastici), quasi che ad avere bisogno di sentirsi accolti siano solo gli esordienti e limitatamente ai primi giorni di scuola, una volta per tutte.
Anche per i veterani ogni inizio d'anno scolastico è pur sempre un inizio. Anzitutto sono cambiati, essi stessi, fisicamente e psicologicamente; la loro storia si è riempita di altri eventi, alcuni dei quali possono essere difficili da elaborare (pensiamo semplicemente alla nascita di un fratellino o, più drammaticamente, a qualche possibile cambiamento nella compagine familiare); ma anche le variazioni intervenute nella scuola (nuovi bambini, cambio di insegnanti, mutamenti degli spazi) non sono condizioni trascurabili e richiedono ai bambini nuove capacità di orientamento, sia in senso fisico sia, soprattutto, nella mappa dei riferimenti relazionali e affettivi.

Insegnante: Adesso non ho tempo.
Studente: Ma il tempo è adesso.
Anonimo

 

 
 
 
 
 
 
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