L'arrivo ad Arequipa è alle 7.30 del mattino; io e Anna abbiamo dormicchiato nella notte sul bus-cama della compagnia Ormeòo e già alle prime ore dell'alba, con il sorgere del sole, il vulcano El Misti ci segnalava la posizione della città. El Misti è un vulcano ancora attivo ed ha una forma conica regolare; insieme agli altri due vulcani, il Chachani e il Pichu Pichu, formano una scenografia spettacolare sulla città di Arequipa. In questa città, che ha le dimensioni di Genova ed è la seconda città del Perù, io e Anna abbiamo degli amici: sarà un piacere incontrarli e scambiare impressioni e notizie. Sono amici conosciuti a Genova e che ora ci parlano della loro città.
Arequipa è davvero una bella città, il bianco, con cui la si riconosce è dovuto all'uso della pietra sillar con cui sono costruite le case e le strutture importanti. Il luogo del primo appuntamento è al Portal Sant'Agustin sulla Plaza de Armas, il luogo è suggestivo: sotto gli archi si ha una bella immagine della cattedrale della città che copre tutta la larghezza della piazza. Si respira la prima aria frizzante dei 2400 metri di altitudine; allora per colazione un mate de coca è d'obbligo. Il sole però si fa sentire e invita a girovagare. Io ed Anna scopriamo subito che gli arequipeòos amano la dolce vita e ne veniamo contagiati: così salterà la visita al Canyon del Colca, uno dei canyon più profondi della terra. In fondo la gita al canyon era molto impegnativa, occorrevano due giorni di viaggio e qualche ora di cammino per raggiungere la Cruz del Condor, dove alle prime ore del mattino poteva capitare di osservare il volo dei condor. Chi li ha visti volare vicino racconta della forte emozione che donano. Sarà per la prossima volta, forse meglio dire per la prossima vita.
Arequipa è la base di partenza per molte escursioni: il Canyon Cothauasi, il Mirador dei vulcani, le Saline, la laguna di Murcura, inoltre da qui partono le salite oltre che al vulcano El Misti, anche sugli altri vulcani, compreso l'Ampato, dove è stata trovata la mummia di Juanita, la bambina sacrificata dagli Inca agli dei abitanti nei vulcani.
Le visite che non abbiamo perso sono il Monasterio di Santa Catalina e il Museo Santury, che conserva la mummia di Juanita, la bella bambina di ghiaccio.
Juanita è la mummia congelata di una bambina Inca sacrificata al vulcano Ampato 550 anni fa. La visita è preceduta da un filmato che racconta il ritrovamento della mummia e rievoca gli ultimi giorni di vita della bambina destinata al sacrificio. Il video, anche se romanzato, è di effetto e si affronta la successiva visita ai manufatti e alla mummia con particolare pathos.
Altra visita importante è al Monasterio di Santa Catalina, una città nella città. In questo monastero, dedicato a Santa Caterina da Siena, venivano rinchiuse delle bambine di 12 anni di famiglie ricche spagnole per diventare monache di clausura: una vita chiusa tra queste alte mura. A vedere gli ambienti fa impressione pensare queste giovani donne che si aggiravano sole in questi chiostri.
In uno dei numerosi centri commerciali della città, dove sono proposte tutte le specialità artigiane peruviane, un addetto alla sicurezza, saputo che io ed Anna siamo italiani ci ha fermato per raccontarci di un nostro compatriota che ha fatto molto per i giovani della città di Arequipa: Padre Carlos Poto. In quello stesso giorno si stavano svolgevano i funerali di questo italiano, un prete gesuita che in realtà si chiamava Carlo Spallarossa, ma visto la difficoltà di pronunciare il suo cognome decise di assumere quello della madre, Pozzo. A me è parso che neppure Pozzo fosse pronunciato in modo giusto, ma andava bene così. Questo prete di chiare origini liguri, arrivato in questa città nel 1958 aveva combattuto subito contro la miseria e le ingiustizie che affliggevano i poveri. Per questo è ricordato come il prete da los zapatos empolvados, de la chaqueta vieja - dalle scarpe impolverate e la giacchetta vecchia.
Padre Carlo Pozzo aprì molti collegi per i giovani, cercando con la loro istruzione di riscattarli dalla loro misera condizione. L'affetto che gli arequipeòos gli riservano dimostra la bontà delle sue opere. «Viva l'Italia», così ci ha salutati alla fine, l'addetto alla sicurezza... era il primo peruviano che ricordava l'Italia senza nominare il gioco del calcio.
La 'dolce vita' si traduce spesso in una buona tavola e gli arequipeòos vantano una cucina molto varia, il Perù la sta scoprendo come una tra le migliori e sta raggiungendo livelli internazionali. Per questo io e Anna, in verità più io, abbiamo indugiato in vari ristoranti per gustarne le prelibatezze: Cuy (porcellino d'india), Recoto relleno (peperone piccante ripieno di carne e verdure), Chicharron de Chanco (arrosto di maiale), Chupe de camarones (zuppa di gamberi), e come bevanda la kola escosesa.
Alcuni buoni indirizzi? Per dormire la Posada del Monasterio, per la comida, il pasto, Restaurant pastelleria Astoria, Caffetteria restaurant Manolo e il ristorante Casa Grande. Tutti in centro città.
Arequipa è una tappa che ci aiuta anche per l'ambientamento all'altitudine, la prossima tappa è la più alta del viaggio: Puno e il suo lago Titicaca.